RitrattoBurri nacque a Città di Castello nel 1915, divenne dapprima medico, e come tale si arruolò, durante la seconda guerra mondiale, nel nord Africa dove fu fatto prigioniero, quindi fu trasferito in un campo di concentramento in Texas e qui iniziò a dipingere. E' molto probabile che l'ispirazione di usare vecchie tele di juta, di stracci bucati, o i legni e in seguito i ferri e i catrami, gli venne dalle sofferenze che aveva patito, così come la combustione della plastica (il fuoco che uccide o purifica)  poi i famosi 'creppi' (Land Art) come memoria e flusso della vita stessa. Per Burri, utilizzare materiali di recupero fu un modo per liberare la sua angoscia, come spesso succede al vero artista, ed in tal modo, con la sua ricerca e le innovazioni da lui introdotte ha tracciato la strada per l'informale.

Ho avuto modo di vedere alcune sue opere a Parigi al Centro Georges Pompidou e in seguito alle Scuderie del Quirinale a Roma, nel 2005 nel decimo anniversario della sua morte avvenuta a Nizza nel 1995.

Tra le sue opere ricordo il Grande Sacco, ma anche le tele con il fondo rosso brillante, i vari 'dipinti' con la plastica deformata dal fuoco. Ogni opera lascia un segno nella memoria, ci si avverte non solo un senso di miseria, ma anche una suggestiva forma di sofferenza, quasi palpabile, di sangue, di fine. La sua arte fa riflettere, pur non essendo di facile e immediata comprensione, e specialmente agli inizi fece molto discutere perché non si poteva parlare di pittura piuttosto fu considerata quasi soltanto una forma di provocazione. 

Oggi, a cento anni dalla sua nascita, Burri viene riconosciuto come 'maestro' dell'arte contemporanea, innovatore e geniale, però non fu sempre così: inizialmente fu ferocemente criticato e un noto critico d'arte, arrivò al punto di affermare: «I pezzi di tela di sacco bucati, non entreranno nell’arte neppure tra mille anni, poiché sono solo buffonate».

Ecco, a volte ci si sbaglia, come forse fece mio padre nel non farsi regalare dal suo amico una piccola tela di sacco bucata.

 

   Ada Pianesi Villa

Articolo pubblicato il 16 febbraio 2016.

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