Sonia BabiniÈ opportuno sottolineare la necessità di leggere il frammento nella realtà, di superare quella visione del generale a favore del particolare, questo perché “Ogni esperienza vissuta, ogni realtà con la quale siamo venuti a contatto nella vita, è uno scalpello che ha creato la statua della nostra esistenza modellandola, plasmandola, modificandola. Noi siamo parte di tutto quanto ci è accaduto” ci dice O. Swatt Marden, oppure, con Cesare Pavese, “E' bello vivere, perché vivere è cominciare sempre, ad ogni istante”, anche se poi il suo istante finale ha sconfessato il suo aforisma.

Per Sonia Babini l’opera d’arte va letta in questa direzione, e le figure femminili che sovente fanno capolino ci indicano ulteriori tematiche che l’artista atriana inserisce nelle sue meditazioni, per far pulsare di emozioni e sentimenti il testo pittorico, già di per sé denso di rimandi ed allusioni simboliche, dove si manifesta Il tempo della storia e della vita, il tempo dell’emozione e del sentimento, il tempo  della consapevolezza che la vita di ogni uomo è una via verso se stesso, il tentativo di una via, l'accenno di un sentiero, direbbe Hesse.

Si intuisce una particolare visione della vita e della storia, dove ogni vissuto si intreccia con quello dell’altro, dove la dialettica io-tu si fa noi, una sorta d’apertura alla condivisione e all’essere con, e l’artista Sonia Babini, palombaro dello spirito, squadra l’anima della donna Babini, della entronauta che, e qui mi piace ricordare il grande Khalil Gibran, va alla ricerca della bellezza, perché:”La bellezza risplende nel cuore di colui che ad essa aspira, più che negli occhi di colui che la vede”.

Questi percorsi allora danno vita a percorsi di disvelamento, non credendo mai che la vita sia quella che si vede. Certo, l’arte forse non possiede mai l’effimero del tutto, anche se, direbbe Nazim Hikmet, scrivo quel che mi attraversa.

In questo percorso di attraversamento, la Babini osserva, decostruisce e poi ricompone, alla luce della sua weltanschauung perché- dice Saba- l’opera d’arte è sempre una confessione.

Anche con i sogni o incubi.

 Certo, qualcuno potrebbe dire che i sogni sono lì, in una zona della coscienza o dell’inconscio, che di questi evanescenti segnali non bisogna fidarsi, ma, obietta Kahlil Gibran,  “…e come i semi che sognano sotto la neve, il vostro cuore sogna la primavera. Fidatevi dei vostri sogni, perché in essi è nascosto il passaggio verso l’eternità.”

E non so se l’artista si fida dei sogni, certo si fida delle sensazioni che trasmigrano sulla tela bianca, quasi rivolta alle consuetudini dell’oggi che solo l’arte sa così bene dire.

 

   Massimo Pasqualone

Contributo pubblicato l'11 febbraio 2016.

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