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L’artista, il vero artista, attraverso gli occhi manifesta, sovente, la perdita di un’alterità, un’assenza che non tornerà più presenza, per una vendetta della vita che solo in quel momento, solo in quel punto è ciò che purtroppo si vede.

Occhi come grida, urla, baratri, abissi, che nessun sorriso può asciugare, nemmeno quello di una divinità, qualsiasi essa sia.

In Giorgio Acerra inoltre permane una sorta di filosofia degli occhi che osservano, guardano, interpretano, sempre meravigliati, sempre taciturni eppure assordanti nei loro silenzi, occhi che sembrano perennemente aperti, intelligenti, scaltri, sui quali la vita scivola, come olio su tavola, non di artista ma di creatore, occhi-montagna, occhi-mare, occhi-nuvola.

Ed ecco allora una decisa poetica del volto, così bello, così estatico, a metà strada tra la classicità e la contemporaneità, con quella capacità di emozionare ed attenzionare che il lungo corso delle esperienze rende quasi tangibile.

Volti perennemente adagiati sul mare, quanto mai simbolo della vita, dell’arte e dell’artista, mare che si fa anima dell’opera, forse vero protagonista di queste nostre solitudini accompagnate.

Giorgio Acerra sa bene che questo cammino tra occhi, volti ed anime è la vita stessa, sa bene che quella dell’artista è una missione esegetica e difficilissima, sa compiutamente il qui ed ora di questo strano binomio arte-eternità.

 

   Massimo Pasqualone

Contributo pubblicato il 26 novembre 2015.

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