Segue

 

   La celebre, ricchissima attrice che abita in una splendida villa in rovina sul viale dei personaggi famosi, aspetta il giornalista squattrinato che, agenti alle calcagna lanciati in un inseguimento a bordo di uno dei classici macchinoni dondolanti dell’America degli anni 50, fora, anzi, gli esplode una gomma proprio davanti all’imbocco del parco della stessa villa. Provvidenziale e fatale. Misterioso e magico. “Perché mi avete fatto aspettare così a lungo??” mormora “Norma Desmond” (Gloria Swanson), non vista, nascosta dietro una tenda di giunchi, in una loggia della enorme costruzione. Era in attesa dell’incaricato delle pompe funebri che avrebbe dovuto occuparsi del funerale del suo scimpanzé deceduto, e la cui “salma” era stata composta all’interno della sontuosa camera dell’attrice, su di un canapè, coperta da un telo di broccato. Joe Gillis (William Holden) valutata la situazione, dopo essere stato invitato (con sinistra decisione) ad entrare dal fido maggiordomo Max (Eric von Stroheim), riconosce nella elegante e avvenente signora, sdegnata (sulle prime) per l’equivoco, proprio l’attrice del muto. “… ehi, un minuto, io vi ho vista da qualche parte… siete Norma Desmond… eravate grande”. Da qui, lo svolgimento della “favola”. Perché lo è, anche se i suoi toni sono inquietanti e sfiorano, a volte il macabro. Ma con classe, con raffinatezza e soprattutto con quel tanto di misterioso e magico che rende la vicenda un saggio di morale, che spinge alla (ri-)valutazione dell’ipotesi di predestinazione cui ognuno di noi potrebbe essere soggetto fintanto che si trova nella dimensione “materia” sul pianeta terra. Joe Gillis, lo è, dal momento che viene incaricato, passato il momento di collera di Norma, di occuparsi del suo copione di un film che intende affidare a Cecil B. De Mille, regista con cui ha realizzato “dozzine di film”. E’ la storia di Salomè, che verrà ipoteticamente interpretata proprio da lei stessa. Pacchi di fogli accuratamente legati e Joe, costretto, praticamente, a iniziarne la lettura e la revisione sotto lo sguardo dell’attrice, si ritrova “sotto contratto” non senza riluttanza, nel breve giro di un’alzata di una coppa di champagne accompagnato da caviale, servito da Max, onnipresente.

Norma, ovviamente si innamorerà di Joe, che, la sera del Capodanno, comprenderà appieno cosa si cela dietro le “attenzioni” e l’insistenza di lei; è tutto pronto, il quartetto di archi, il buffet, gli addobbi e lei, visibilmente alticcia, ma bellissima e elegantissima, che lo attende nello splendido salone, il cui pavimento in legno è stato rifatto su consiglio di Rudy Valentino che diceva che “il marmo è perfetto per il tango…”.

Norma si disfa dello splendido diadema tempestato di brillanti, gettandolo con allegra disinvoltura sul pavimento (di marmo appunto) dato che il tulle, tenuto da questo, infastidisce il suo cavaliere, nel vortice del ballo. E questo è il particolare fra i particolari che suggerisce quell’”oltre”, la ricchezza e il lusso in cui erano evidentemente proiettati i personaggi di quel tipo. Liberarsi dell’impaccio dello scintillante, preziosissimo monile, gettandolo a terra non ha niente di dispregiativo, ma è quasi poetico nel momento dell’innamoramento della diva per l’amico. Vestito di tutto punto con uno splendido frack, Joe però mal si adatta alla prospettiva di Norma che mollemente abbandonata sul divano fa programmi per l’anno venturo decidendo di riaprire la sua casa sull’oceano, acquistare uno Yacht, nonché riattare la piscina, ormai e da tempo vuota, nel bellissimo giardino della casa. “… che importa? Io ho tre palazzi in città, un milione di dollari, una miniera, che lavora per me…. solo per me…” dice farfugliando, ma con verosimiglianza… Lo fa usando la prima persona plurale “noi”, poi, senza aspettare la mezzanotte, fumando la sua “Abdullah” (marca di sigarette Turche) infilata in un curioso aggeggio in metallo che le permette di non macchiarsi, tenendola fra le dita, gli “appioppa” (è il caso di dirlo vista l’espressione attonita di lui), un portasigarette della grandezza di un mattone, in… oro massiccio. Il diverbio avvampa. E finisce a manrovesci. Norma lo schiaffeggia intendendo il diniego del giovane e si ritira nelle sue stanze, mentre lui fugge nella notte, inzuppando il bel paletot in “pelo di cammello”. E qui abbiamo l’”istante” che conferisce secondo me tutta la suspense e l’orrore potremo perfino dire, all’intera vicenda. Anche questo un particolare: Joe apre il cancello che immette sul porticato dall’androne della villa e nel farlo, rimane impigliata nella maniglia proprio la catena (d’oro, ovvio) dell’orologio che ha elegantemente infilato nel taschino del frack. Viene in pratica trattenuto. E nel liberarsi dall’impedimento leggiamo l’ineluttabilità del suo destino, sancita da un gesto apparentemente casuale. Sarà una fuga momentanea. Norma trova le sue lamette e tenta il suicidio. Lui, finito a casa di suoi amici, nel pieno di una festa, telefonando a Max per dirgli di preparare le sue cose perché le manderà a prendere apprende da questo, molto evasivo, per via della presenza del medico, del gesto di Norma.

Creduto di poter emanciparsi dal “pasticcio” si precipita invece di nuovo nella villa, fuggendo sotto un acquazzone notturno che aggiunge dramma al dramma, lasciando interdetti gli amici che lo vedono sparire dopo aver accettato un primo drink, e aver intrattenuto una amabile conversazione con la bella Betty (Nancy Olson), fidanzata del padrone di casa, che ritroveremo oltre. Rientrato nell’alcova, Joe si rende conto di sfumature che fino a quel gesto inconsulto non aveva considerato: è veramente legato sia pure per ragioni di logica e sopravvivenza, alla donna, che, i polsi fasciati giace supina e in lacrime nel suo monumentale, settecentesco letto che ha la foggia di un vascello: “Siete stata buona con me, Norma, l’unica persona, in questa giungla, che è stata buona con me”. “E allora non vi resta che ringraziare e andarvene… lo rifarò, lo rifarò…” mormora in lacrime rispondendo alla richiesta di lui della promessa di non compiere di nuovo gesti simili. Si abbracciano augurandosi buon anno, la dissolvenza sul primo bacio, suggerisce il suggello di una relazione in cui denaro, passione, disturbo, dipendenza, si fondono in un malessere che sarà fatale per entrambi.

Norma, estenuata dalla consapevolezza dell’impossibilità del suo amore, dopo aver incontrato Cecil B. De Mille (interpretato da se stesso) sul set di uno suo film, abbraccia arbitrariamente l’illusone di poter tornare al lavoro. Mentre è seduta tra attori, comparse, tecnici, nel grande studio della Paramount (di cui rivendica la creazione… ”senza di me non ci sarebbe la Paramount” esclama apostrofando un usciere che si rifiuta di farla entrare senza appuntamento), assistiamo all’attimo più evocativo, e dolce, forse, di tutto il film. Dall’alto di un ponteggio, “Occhio di falco” (…), tecnico delle luci, riconosce Norma e le punta addosso il fascio luminoso di un grande proiettore. Nell’illuminazione si assiste ad una sorta di “rimaterializzazione” del personaggio e, dopo aver scansato con sdegno il microfono, sospeso e che in una manovra le sfiora la piuma del cappello, le si fanno attorno con passione e meraviglia, praticamente tutti i presenti. L’affetto e il calore vengono espressi con molta sapienza dall’inquadratura e dal gioco di luce intensa puntato sulla bellissima donna, che si commuove, una volta ritornato De Mille dopo una pausa, capendo quanto quel mondo le appartenesse e quanto lei stessa appartenesse ai suoi ammiratori.

Estetisti, specialisti, macchinari elettronici, cosmetici, adesivi, fasce, orari disciplinatissimi, Norma si sottopone da questo momento a un processo di “educazione” per trasformare i suoi cinquant’anni in una “non età” che le permetta di ritornare trionfalmente sul set di un film che “non si farà mai”, cosa di cui è consapevole il suo compagno. Max, fido maggiordomo, confida inoltre a Joe, una sera che lo attende nel garage, dove questi fa ritorno (a bordo della enorme Isotta Fraschini che “…mi costò 28.000 dollari…”) da una delle sue uscite notturne per recarsi alla Paramount, dove è impegnato con Betty nella stesura di un soggetto a quattro mani, di essere stato il primo marito di “madame”. E’ lui, Max Von Mayerling il regista che ne ha seguito i primi passi e che l’ha sposata. Trovando insopportabile, dopo la separazione, il viverle lontano, aveva accettato quindi la mortificazione di rimanere al suo servizio, facendo da spettatore ai suoi successivi tre matrimoni. La notizia esplode nella mente di Joe che si rende conto evidentemente che il meccanismo è ancora più complesso di quanto possa sembrare. E che il domestico è molto più che un semplice domestico, ma il fautore e l’artefice del processo inarrestabile di ossessione dell’attrice per il proprio mito tramontato. E’ lui infatti che in maniera perversa, aggiungeremo noi, le invia cartoline e lettere in quantità per “confortarla” facendole credere di essere ancora cercata e in auge. Tutto evidentemente crolla, ma nasce, nel camerino dove quotidianamente Betty e Joe si incontrano, una dolce relazione fra loro due; l’amore per Henry, suo fidanzato, aiuto regista, recatosi per lavoro “al Messico” è al tramonto. Ciò complica e rende inevitabile il precipitare della relazione. Norma, letto il nome della ragazza (Betty Schaefer) sull’intestazione del copione che Joe riporta a casa dopo il lavoro serale, la chiama nell’intento di svelarle tutto e quindi scongiurare in questo modo l’abbandono del proprio uomo. Sorpresala durante la telefonata, Joe le strappa la cornetta di mano e adirato, invita lui stesso la ragazza a venire a conoscere chiaramente la sua situazione fornendole l’indirizzo. Betty, giunta nella villa, apprese le pieghe a tratti squallide, utilitaristiche (e inevitabili) dell’intera vicenda, decide di ignorare e fa a Joe una preghiera, in extremis, di abbandonare tutto “se mi ami”. Ma è tardi. Il giovane rinuncia alla ragazza, sotto gli occhi compiaciuti di Norma, che osserva silenziosa e sollevata il doloroso commiato, ringraziando lui, una volta rientrato in casa. “Tu dimentichi che ho comperato una rivoltella… che non ho paura di morire…”, Joe infatti, rientrato nel proprio appartamento rimette insieme le sue cose, si libera di portasigarette, orologi e monili e decide di andare via, sotto gli occhi disperati dell’attrice. E’ l’epilogo. Lui è inarrestabile, deciso, silenzioso, scende il bellissimo scalone, e una volta nel porticato, viene inseguito da lei, nella notte, che uscita a sua volta, aspetta che compia qualche passo nel giardino, esplodendo quindi, non uno, ma tre colpi con quella rivoltella comprata per se stessa. Joe barcolla, si piega, procede; al terzo, colpito all’addome abbandona la borsa e giunto a un passo dalla grande piscina illuminata (fatta ripristinare per lui) vi precipita dentro, dove verrà ripescato all’alba dalla polizia.

Norma, sfigurata e fuori di se è completamente ormai posseduta dal suo mito: “…le stelle non si lasciano… è per questo che sono stelle” mormora come in trance con la rivoltella ancora in mano e nel bagliore lunare di una notte irreale; una volta raggiunta e attorniata da avvocati e poliziotti, che apriranno l’inchiesta, il domestico idea un accorgimento tramite il quale riuscirà a farla spontaneamente scendere: posiziona nell’androne, da basso le attrezzature per la ripresa, facendole intendere che si girerà proprio lì la prima scena del suo grande film.

Chiesto commiato, scusandosi, dagli agenti e davanti alla sua toeletta, si prepara, truccandosi, per la rentrèe. Il film si conclude con la discesa dalla scala, popolata di giornalisti, poliziotti, operatori, in cui Norma, sopraffatta dall’emozione parla con “De Mille” e esprime la sua felicità nell’essere “di nuovo al lavoro”, “… dopo questo faremo un altro film e poi altri ancora…” dice esultante. Su un primo piano che nell’espressione “diabolicamente divina” della stella, ritornata alla sua dimensione si disfa in una dissolvenza che ha del mostruoso, soprannaturale, si esprime l’ineluttabile dissoluzione del personaggio da cui evidentemente ella non ha saputo, né potuto prendere le sane distanze, a tempo debito.

Mi rendo conto di aver compiuto l’operazione che meno si addice ad un film come “Viale del tramonto”: l’esposizione della trama, mentre ciò che mi rimase dopo la visione, e ciò che mi porta a rivederlo periodicamente, come un rituale che ha bisogno di essere rinnovato, come il racconto di una favola, di cui so tutto, e voglio che me lo si ripeta ogni sera, è proprio l’alone, sospeso tra irrealtà, bellezza, fatalità. E soprattutto quel terribile clima nel quale evidentemente la vita di personaggi come Norma Desmond deve essersi svolta. Allora, nei tempi in cui il divismo era uno status non legato a internet o alla tv, ma ad una reale condizione di principesco privilegio, economico e di fama. Puntualmente pagato, come in questo caso e come in quasi tutti, con l’inevitabile conto, presentato a fine carriera, per la stella, per il protagonista, per il divo. Un passaggio, micidiale a cui TUTTI coloro che abbiano provato i fasti della celebrità, e quindi dell’estetica legata al proprio aspetto, alle caratteristiche della propria condizione, sono stati e sono sottoposti. Allora (come adesso del resto) la decadenza era spietata, ma era evidente, ineluttabile, in alcuni casi dignitosa: il ritiro (Garbo docet…), in altri patetico. Oggi… beh stenderei un velo pietoso su un mondo il quale, non contento di averci proibito di invecchiare, sanamente, liberamente, dignitosamente, ci priva anche dell’anonimato. I risultati si vedono, ci sommergono, in prima, seconda, terza serata, a colori e sui rotocalchi telematici, ormai non solo lì. La popolarità viaggia sul filo dei social, basta un “like”. Il paradigma amaro può essere riassunto in: “Tutti divi… nessun divo”.

Il parossismo baluginante del “vincente” a tutti i costi, anche i più esosi (come il crimine ormai quotidiano, il più efferato) toglierebbe oggigiorno alla figura di una Desmond, disperata per la perdita del suo cinema muto, che le dava il diritto di tacere, quella sacralità “maledetta” derivante dalla sua disperazione, interpretata con lo stile di chi gioca il tutto per tutto, e rimane per questo, diva, anche nella memoria. Tra un “botox”, una ricucitura, una scollatura, un naso nuovo e un sedere modificato assistiamo alla celebrazione, molto spesso, del “niente”, tra gli effluvi di carriere ripetute all’infinito, con perdite di interesse e compulsività nel rapporto con la sala operatoria. Joe, a sua volta, nella sua avvenenza è incapace di compiere ”la scelta” tra la sensualità travolgente e insidiosa della donna, il suo portafogli (…) e il proprio diritto alla condizione modesta, alla “normalità, cui capisce troppo tardi di appartenere.

Forse, chissà, avrebbe dovuto tenere più in conto l’attimo in cui la catenella gli si impigliò nella maniglia del cancello…

 

Note: Fra gli interpreti, oltre al citato Cecil B. De Mille (1851 - 1959), troviamo al tavolo da Poker di Norma, un inaspettato Buster Keaton, che immancabilmente sfoggia la sua espressione impassibile di comico del non-sorriso. Una curiosità: l’impresario che riceve Joe nel proprio studio, Sheldrake è quello stesso attore, Fred Clark che ritroveremo nell’esilarante “Risate di gioia” di Mario Monicelli, nei panni dello spilungone Americano ubriaco, che a bordo della sua interminabile auto è coprotagonista delle scorribande notturne romane di Totò e di una inimmaginabile Anna Magnani.

Ringrazio ancora una volta Claudio che inconsapevolmente mi ha dato la possibilità, con questo florilegio, di esprimere una mia opinione e un mio sentimento. Questi tre film mi hanno veramente cambiato la vita. Più di quanto io stesso sappia.

  

   Francesco Paolo Di Falco

Articolo pubblicato il 17 aprile 2017

 

 Torna alla Home page.