Segue

   

 La storia ha inizio con la ripresa di un interno sintomaticamente “normale” in cui la protagonista quattordicenne, Edith (Susan Strasberg), attende sotto il vigile occhio dell’insegnante ad una lezione di clavicembalo. Le note del brano suonato nell’esercizio ricorreranno in più parti del film in contesti completamente diversi, ma col medesimo “sentimento”; si tratta di un’aria Barocca, eseguita con attenzione e partecipazione. La ragazza, terminata la lezione e salutata l’insegnante si reimmerge nella sua Parigi, e spensieratamente percorre il tratto che la divide dalla sua abitazione. Nel contempo arriva una telefonata, è sua madre che prega l’insegnante di comunicarle urgentemente un avvertimento che evinceremo dalla scena successiva e cioè di non fare ritorno a casa; ma sportasi dalla finestra, questa, con la quale Edith si era già accordata circa la data della lezione successiva, non riesce a individuarla, già lontana. La vicenda prende ritmo e dopo i primi passi di quello che potrebbe parere (e mi parve evidentemente) l’illustrazione “innocua” di un borghese interno Parigino, si innesca la combinazione che ci immette nell’orrore a passi ben dosati, progressivi e inequivocabili. Il discorso è delicato, come dicevo, dato che il “diktat” odierno di ogni discussione, televisiva o non che si svolga sotto i nostri occhi o i nostri telecomandi, è quello di creare dissenso, e scontro. Mi scuserà Claudio. La mia inclinazione al dissenso ove non necessaria e “sana” si esaurisce nel breve digitare di un paio di righe, nell’intento di sgombrare il campo da ogni mia intenzione critica o di espressione di parere che non sia strettissimamente attinente a ciò che in se il film comunica e soprattutto il sentimento che mi impresse allora, simile a quello di oggi, allorquando mi sono “inflitto” la visione dello stesso, durante una sera a casa non ancora trascorse le feste Natalizie. La cronaca di una deportazione. E’ il racconto della vicenda vissuta da un’adolescente che da una qualsiasi elegante “rue” parigina, si ritrova sbalzata tra fumi, cigolii, urla rabbiose e scatti metallici di scambi ferroviari nel pieno, notturno e denso ambiente di un campo di concentramento: Auschwitz. Non esprimo pareri dal momento che oggidì è diventato discutibile e sottoponibile a opinione, praticamente tutto. Dalla torta di mirtilli e la quantità di rhum da aggiungere nell’impasto, alle dinamiche di distruzione più o meno di massa, la questione geoclimatica e la composizione del nuovo governo. E quel che trovo per lo meno sorprendente è che puntualmente tutti, tutti, posseggono e propugnano per un parere, attendibile, opportuno e assolutamente supremo. Molto spesso. Guardando Kapò, la mia capacità e volontà critica si assottigliò, man mano che la narrazione si snodava fra immagini e sequenze crude. Dinamiche illogiche. Violenza, gratuità dell’odio e lo strano modo di ricostruire le consuete, civili regole della “socialità” in un contesto in cui lo stesso termine, accostato alla portata voltaica dei recinti di filo spinato, il baluginare sinistro dell’”occhio di bue” nelle notti gelide, lungo le pareti delle baracche, il linguaggio incomprensibile, le botte, inventano un inedito stile di convivenza al quale, smarrito dallo stesso silenzio di mio padre (che forse non colse la mia impressione) non mi sembrava di poter aderire. In alcun modo. E il freddo si impadroniva di qualcosa che percepivo, nei rapporti famigliari, ma anche di semplice compagnia. La curva che emerge da simili profondità della brutalità umana, ma soprattutto della insospettata (fino a quel momento) ovvietà della sopraffazione feroce uomo-su-uomo, e che arriva ai miei primi giorni di scuola, al sorriso del maestro, le braccia aperte di mia madre verso di me, l’abbondanza ogni giorno sulla tavola, lo stipendio, il girotondo, la musica, Topo Gigio e lo Zecchino d’oro risultò da quel momento inficiata ed irrimediabilmente, da una sottile ma inesorabile vena di “ossido” che mi rivelò in sostanza l’equilibrio equivoco della condizione di noi uomini. Di noi bambini. Di noi vecchi, potrei quasi dire, esagerando. E mi diedi ragione. Sono passati decenni e non ho discusso più con me stesso al riguardo. Potrei dire che ho avuto conferme più che attendibili e in enorme quantità a questa “tesi” sull’inaffidabilità umana ma…non ho titoli, come dicevo, per pronunziare “pareri” ed esprimerli in un contesto culturale dal quale vengo cortesemente e cordialmente ospitato nella persona di un amico. Ma la mia idea, e non è soltanto un’idea, non è cambiata, tantomeno dopo aver rivisto il film.

Edith, terminato il brano nella bella casa dell’insegnante, si infila di nuovo il cappottino, su cui campeggia il vistoso ricamo di una inconfondibile stella a sei punte, e rispondendo all’insegnante che le dice di aver saputo che di lì a poco lei e la sua famiglia, a detta di suo padre “sarebbero partiti”, afferma con letizia che “…mio padre ritiene che non sarà necessario”; sistemati i capelli neri (lunghi), rimasti nel collo del cappotto, sparisce oltre il pianerottolo e va incontro al suo destino. Mordendo una mela, giocando a sfiorare passamano e tenersi in equilibrio tra ringhiere e marciapiedi procede verso casa, tra insegne di Gallerie e tronchi di alberi in un qualsiasi Boulevard. Svoltato il classico angolo, la scena che le si para innanzi è inequivocabile. Persone agghiacciate, immobili sul marciapiede, i suoi vicini, che le consigliano di “non avvicinarsi”; è il momento della salita di sua madre, spintonata, su di un camion da un individuo in divisa. Edith si avvicina, urla, piange, la madre la prega di allontanarsi. Edith viene caricata a bordo. Condannate ma insieme, in un cassone protetto da un telo all’interno del quale è presente anche suo padre. La scena di “intimità” famigliare che tanto amavo, nella commedia italiana, così come in quella internazionale, si inabissa in un susseguirsi di condizioni sempre più gravi, paradossali, deliranti, degradate. Lavoro. Taglio di capelli, una divisa tolta ad un cadavere e Edith, indossandola dietro consiglio di un medico “complice” cambia nome, diventa Nicole, Nicole Niepas, “clinicamente” morta nella notte, ma ufficialmente ancora in vita. Un tatuaggio (10099), alcune raccomandazioni, lei non è più la ragazzina Ebrea giunta poco prima, ma una prigioniera “politica”, una delle internate cioè, cui viene riservato un trattamento diverso, in quanto non necessariamente destinate alla “logica” delle “docce”. La scena agghiacciante, voglio spingermi a una personale, obbiettiva considerazione, è la visione, in quella stessa notte, cui attraverso la finestra dell’infermeria dopo aver subito il taglio della chioma e aver indossato la divisa, Nicole-Edith involontariamente assiste: un allucinante, surreale corteo di prigionieri, totalmente nudi, bambini e adulti, all’aperto e nel fango, fra i quali ella riconosce la madre e il padre. Essi marciano verso una ignota destinazione tra le baracche e nella luce grigia di un’alba. Al di la della finestra il volto della ragazza pare pietrificarsi, nel suo chiamare la madre, senza voce, soffocata dal vetro. Edith urla, assumendo una intensità espressiva che tocca i limiti di una Renèe Falconetti ne la “Giovanna d’Arco”, film muto di Theodore Dreyer del 1928. Mi piace inserire qui una nota di cronaca della lavorazione. Susan Strasberg (figlia dell’allora direttore dell’Actor Studio) fu scelta su indicazione del produttore Cristaldi, non senza qualche perplessità del regista, riguardo alle sue peculiarità fisiche forse non in linea col “tipo” somatico che l’interpretazione della deportata avrebbe richiesto. Diversa la considerazione circa l’espressività di cui la Strasberg era dotata, seppure viene riferito che durante la lavorazione di questa scena non la si riuscì a fare piangere, nemmeno con un ceffone assestatole dall’aiuto regista Giuliano Montaldo. La piccola Edith da quel momento si immerge nella disperazione, e ne fa la sua “salvezza” nell’uniformarsi, tra gavette sottratte, insulti, attese, stenti e dolori alla morale comportamentale dell’ambiente. Dopo aver subito l’umiliazione e l’inganno di offrirsi deliberatamente come “olocausto” per i piaceri di un Ufficiale tedesco con la falsa promessa di cibo, la sua “risalita” è inesorabile e sconcertante. La ritroviamo “Kapò”, nel giro di un anno. Messe a frutto considerazioni, strazio, solitudine, e la logica micidiale del contesto, “impara” la lezione dell’essere, dopo i primi “devi vivere e non pensare ad altro…” che le furono detti all’inizio dell’internamento da compagne e dal medico che l’avrebbe in un certo senso posta in salvo. Da Auschwitz viene quindi trasferita in un campo Polacco, dove le condizioni del suo trattamento migliorano. Crudele, cinica, indifferente, manifesta la sua tenerezza per un’unica creatura: il gatto nero (Faust) che le viene ucciso da un gruppo di prigioniere facendo riemergere la sua antica umana predisposizione a esprimere il dolore, in una carezza, offerta alla carogna dell’animale, prontamente soffocata, secondo le regole del luogo. Del mondo.

Sasha (Laurent Terzieff), spariglierà, per così dire, col suo arrivo, all’interno di un gruppo di prigionieri Russi presso il campo, le carte.  Smascherata, in qualche modo, Nicole, un amore sorge, tra mitra, riunioni nel gelo, marce e lavori forzati. Sasha individua la vera personalità indifesa e sensibile della giovane, la quale dopo qualche resistenza cede, nel modo più logico, l’unico modo. I due si innamorano, hanno anche un progetto, “l’armata Russa è vicina”, sono gli ultimi giorni prima della liberazione del campo. Il soldato e i compagni organizzano un piano, Nicole rivela addirittura a Sasha la sua vera identità di Ebrea; durante un dolce convegno, sotto la pioggia, riparati dalla grondaia di una baracca, seduti su di un asse si osserva alla rinascita che l’amore crea nella crudele aguzzina. Assiste al “supplizio” (virgolette improprie) del compagno, che viene tenuto a torso nudo una notte intera, in piedi immobile a qualche centimetro dalla linea elettrica dei fili spinati e sotto il tiro della sentinella sulla torre, poco distante. Cedere in una direzione o nell’altra rappresenta la fatalità inesorabile. Nicole da lontano lo osserva e di nascosto, trepida, accompagnandolo durante le terribili ore con la sua veglia. Gioisce, all’alba, quando con l’inizio delle voci orrende e stridule dei megafoni, la prova è superata e egli viene condotto, a spintoni, barcollante, al campo di lavoro (…).

Il piano dell’evasione è pronto. Con la complicità della giovane, che entrando nella cabina della corrente elettrica, disattiverà le linee, permettendo l’evasione del maggior numero di prigionieri e prigioniere. Tutto questo a qualche ora dall’arrivo dei Russi, il cui marciare si ode già in lontananza. I direttori del reparto, conosciuta la situazione dispongono per una sommaria eliminazione generale dei prigionieri, che vengono immediatamente impiegati nello scavo, spaventoso, di una fossa comune, di prevedibile utilizzo, al centro del campo. Sasha lavora e infrangendo il giuramento prestato a un suo complice, rivela alla sua amata che il disattivare le linee le costerà la vita. Collegata ai contatti c’è infatti la sirena, che entra in funzione in situazioni di emergenza come questa. Appresa la condizione “capestro” Nicole, smarrita, si trova di fronte al dilemma. Ed è il vero, vero punto forte dell’intera, bellissima pellicola. La “scelta”, spesso paradossale e straziante, in questi contesti che le consentirà di andare incontro al proprio amato, salvando la sua comunità a prezzo della propria vita. Viene infatti uccisa, colpita dai mitra dei vigilanti. Viene raccolta da un soldato tedesco, lo stesso, Karl con cui poco prima, parlando, condivide la inaudita verità (detta da lui): “Non è poi così necessario vivere”. Immortalata in una ideale Pietà, stesa al suolo, fra le braccia del soldato: “Karl…ci hanno fregati, tutti e due…” gli dice. Osserva il cielo e recita la “Shemà” ebraica rivolta al Padre Adonai: “Signore, mio Signore, tu che spezzi le catene agli schiavi” e come gesto significativo si tocca le mostrine sulla tasca della divisa chiedendo dolcemente a Karl di togliergliele.

Spira in una sorta di disincantata, dolorosa serenità che suggerisce il “Tutto è compiuto” di ben altra Memoria. La vicenda si chiude con l’immagine di Sasha, solo, tra i badili, i cumuli di terra (e i cadaveri), dove era intento allo scavo della fossa comune; durante il consapevole sacrificio della compagna era rimasto immobile, e nonostante ciò miracolosamente scampato all’inferno di pallottole. Si incammina e in un intenso primo piano assistiamo al richiamo con l’espressione che Edith aveva assunto alla vista dei prigionieri nudi nella notte. Sasha urla la disperazione nel vuoto, senza finestre e senza voce. Ed è proprio l’assenza di questa, sovrastata dal montare della colonna sonora (Carlo Rustichelli) che suggerisce la profondità infinita di un dolore derivante dalla consapevolezza dell’unico “argomento” che in questo, come in altri casi di simile orrore, compie il “miracolo”. L’Amore.

 

N.B. Il film fu prodotto da Franco Cristaldi, il soggetto è dello stesso regista, Gillo Pontecorvo e Marco Solinas. Tra gli altri interpreti una non riconosciuta a dire il vero, Paola Pitagora. Da segnalare la presenza di Piero Gherardi come curatore delle scene, lo stesso che fu al seguito di Fellini come costumista e scenografo praticamente in tutti i suoi grandi lavori fino a “Giulietta degli spiriti”, del 1965.

 

   Francesco Paolo Di Falco

Articolo pubblicato il 31 gennaio 2017

 

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