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C'è evidente, nelle suggestioni formali e cromatiche di Mancinelli, un superamento della creatività pittorica e non (grafica, scultura, architettura ed ogni genere d'arte plastica), la cui rappresentazione di immagini, differentemente dall'”astrattismo”, sono identificabili nel mondo percepito solo con gli occhi fisici, cifra di una rassicurazione psicologica, di un realismo conoscitivo che, paradossalmente, non indaga e non dice della stessa realtà. Per Mancinelli, viceversa, non ha importanza l'estrema fedeltà al reale, purché questo venga in qualche modo raffigurato certo, ma soprattutto compreso, dichiarandone l'ermeneutica soggettiva che inevitabilmente l'influenza. Da questa filosofia artistica, nasce non traumaticamente, pragmaticamente, l'”idea”. 

L'idea è il prius di un faticoso, poiché impregnato di risorse fisiche e mentali, percorso di ricerca - immaginazione e tecniche informatiche si saldano, nel tempo creativo, all'iniziale attività artigianale e commerciale che ha configurato la sensibilità artistica di Pierpaolo Mancinelli in modo tale da non isolarsi o estraniarsi dal mondo - che va ben oltre l'esigenza del rappresentare. Le opere in mostra saldano armoniosamente la gradevolezza estetica a precisi messaggi, ad interpretazioni della contemporaneità che – proprio perché consustanziali all'opera – aiutano a capire questa antropologia sincopata che caratterizza la società globale. Abbracciando un vasto campo espressivo in una sorta di neologismo artistico, Mancinelli ricomprende sulle tele (la serie delle opere grafiche denominata “Città robotiche”) e sugli oggetti di design (la serie orologi/quadri da parete è di eccelsa fattura) il superamento di tutti gli stili, il neogotico e neorinascimentale, il manierismo che ogni epoca genera, il neobarocco, il realismo, l'impressionismo, l'iperrealismo ed il fotorealismo, ed altre tendenze artistiche allusive ad immagini più o meno distorte o personalizzate.

La ricodifica di Mancinelli parte dal “futurismo” novecentesco, dall'astrattismo tedesco di Kandiskij (ci si riferisce, in particolare, al movimento Der Blaue Reiter, i cui fondamenti concettuali risiedono nel modo di interpretare nell'arte pittorica una speciale funzione di purificazione degli istinti, per manifestare l'essenza spirituale della vita reale, trascurando gli elementi naturalistici e mirando invece alla pura forma ed alla libera coloristica) per approdare convintamente ad un meditato melting pot stilisticamente orientato a spiegare – accettando la sfida ultima della tecnologia dell'informazione e della comunicazione - la contemporaneità nella quale, dice Mancinelli “siamo vicini, ma distanti, connessi, ma privi di relazioni, avvinti come in un frullatore d'attività e privati di capacità comunicativa”. 

Contro una socialità coartata, Pierpaolo Mancinelli fa vivere il pensiero, un crogiolo problematico che diviene forma e colore e genera un linguaggio originale, utile ad apprendere di sé senza ipocrisie, che lega quadri, oggettistica di design e gioielli d'arte, salvaguardando la significativa simbologia, la policromia mai ripetitiva, le idee/visioni che fanno maturare intimamente chi osserva. La mostra presso la Sala-Eventi di “Studio Ufficio” di Pescara ci pare, insieme, una conferma ed un'impennata verso la qualità dopo oltre dieci anni di “arte digitale” ove l'”idea è centrale” per “realizzare ciò che si pensa” unendo materiali classici della pittura all'informatica più avanzata, affidando al “pennello digitale” il compito di cesellare magistralmente pixel.

 

   Giovanni Dursi

Articolo pubblicato il 29 novembre 2015

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