VIAGGIO IN PUNTA DI PIEDI: LUOGHI, di Vito Moretti

 

Ascolto l'eco del poeta che ci chiama e i morti non sono più morti, i luoghi non sono sterili riproduzioni, ma passi incancellabili nel cammino di una vita che cerca, e trova, una via di senso.

Bellissimo, questo libro di Vito Moretti, fin dalla "parlante" semplicità del titolo. Sul Brenta ci coglie memoria di altre acque, si avverte una leggera promessa di pioggia, scivola in noi il verso che sa dire e celare, che muore e rinasce nel fuoco della nostra esperienza. 

Incombe, però, il disperato silenzio di Auschwitz, il calco delle orme, perché nulla si perda, nessun dolore, nessun lamento. Ma i passi del viaggiatore ritrovano subito l’anima antica di Ankara, soffusa da una malinconia di carovane lontane, nel tempo e nello spazio. Il riposo tra le mura antiche di un eremo, con pietre che sembrano tessere di un cielo da ricomporre, suggerisce quanto sia importante che le parole non siano consumate dal nulla, che abbiano il peso della vita, come nello stupendo finale della poesia:

 

Che nome hai dato alle notti

di stelle e alle piste su cui smarrivi

e ritrovavi la luna? Il tempo

fu fedele alla tua solitudine

e ogni promessa non trovò altri rinvii

né più lunghe penitenze.

 

Un colpo di dadi non abolirà mai il caso, cantò un giorno un poeta e da Montmartre lo sguardo taglia la visuale e dilata per contrasto le distanze, poi una giovane vestita d’arancio pensa alla notte lontana, all’apparizione della luna, mentre continua a danzare e niente sembra avere più valore del suo ballo ma anche della sua triste fuga.

In un secolo che “ha assi schiodate e parole spente”, Mosca appare come una matrioska che nella sua fissità parla del grano delle campagne e dei gulag, mentre il rosso delle bandiere sembra l’eco lontana di grandi illusioni. Bratislava è “un angolo cucito nel silenzio”, un presente “celato”, “la foglia / caduta alle tue spalle”. Improvvisa, ecco l’apparizione dei cieli di Provenza, i profumi, i suoni e gli odori, il Sud che “lusinga e smentisce”

Con infinito rispetto, il viaggiatore si fa viandante e si avvicina alla tomba di Dante, avverte l’ansia dell’anima che aspira alle stelle, immagina il sorriso del poeta pronto al suo grande viaggio. Rapido il vento delle parole ci conduce a Dublino, malinconica come solo le stanze d’albergo sanno essere sul fare della sera. Gli echi di Joyce accompagnano il viaggiatore, in una città che sembra sciogliersi e ricomporsi, mentre una punta sottile di nostalgia sembra afferrarle il viaggiatore, che tutto sembra, ora, ricondurre verso le dimore della sua esistenza, perché il canto accarezzi le cose che lo hanno circondato e lo circondano e si ricostruisca l’infinito miracolo della poesia. Così Odessa, Berlino, Compostela. Volterra, la riserva dei Catawba, Turania sono i luoghi del ritorno, arricchito dalla tenerezza del ricordo. San Vito sa parlare al poeta con il  respiro delle stanze di una casa, con il dolce brillare delle stelle che si “adagiano / sui tetti prima di spegnersi nel mare”.

 

Anche Ortona è il mare, il sole nel tardo meriggio, l’immagine di altre terre e altri luoghi, sempre promessi. Lanciano offre un caldo senso di sollievo, la percezione concreta della meraviglia di ogni ricordo, ma è Chieti che appare fulgida nel suo restare se stessa, nel profumo delle sue antiche pietre, nell’orgoglio di un luogo del cuore.

Altri luoghi, però, chiamano e il viaggio riprende e trova una nuova conclusione, promessa di un nuovo inizio, nella casa di Maria:

 

Chissà se quel che credo morto

ora vive e se ciò che io so vivo

è ora morto, ma chi non raccoglie con te

disperde e chi tarda ad entrare

ha l’insidia del nulla, la pena

che non risarcisce.

 

   Giancarlo Giuliani

Articolo pubblicato il 02 giugno 2015.

 

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