Tra materia e forma: gli sguardi di Luigi D’Alimonte.

    Ad una prima visione l’occhio che guarda rimane colpito dalla genialità delle composizioni e del miscuglio di anima e linea, ma diviene forma elettiva nella consapevolezza più attenta che ciò che si guarda è materia primordiale: Pietra.

Luigi D’Alimonte ci accarezza attraverso le sue sculture nel viaggio immaginario dell’impossibile che si fa possibile: la durezza eterogenea che si sposa con la morbidezza delle forme quasi vellutate e trasportatrici di sensazioni. Ad un tratto le pieghe acquistano vita e le ombre denotano una sinuosità che per natura sembrerebbe non appartenere alla pietra e nel viaggio dello spirito la durezza sedimentaria della Majella si anima, alita emozioni che si fanno materia in movimento attraverso la mano attenta dello scultore, certosino nel dettaglio ma propagatore di emozioni distrattrici.
Ci distrae, infatti, il connubio mai esagerato delle tensioni e delle pieghe nella roccia che nel suo operato ci richiamano a quelle dei pensieri che lo scultore riversa nel suo scolpire, nella consapevolezza che le opere di D’Alimonte sono un richiamo “dello spirito primordiale che sposa il primordiale”, con la pietra che traduce emozioni e ci insegna con la mano allieva del suo scultore che le stesse non conoscono confini, né possono essere imprigionate ma solo scolpite e plasmate, come la passione di chi rende aspre porosità monumenti di seta solida. Nel suo viaggio personale e recondito lo scultore piega, taglia, contorce e buca il solido, nominandolo spesso con lo stesso nome che le rappresenta (doppie pieghe, curve pericolose, tensioni esagerate), ponendo l’osservatore al centro della riflessione cosciente e incredula, perché ciò che nasce con durezza e sembra immobile è quell’amore ardente che può piegare e trasformare in verticalità di movimenti un corpo morbido (come la plastica ad esempio), per arrivare ad una densa plasticità materica che emoziona a tal punto da far pensare ad uno sguardo ingannatore. Non manca, allora, il fulcro della pietra: quel cuore, simbolo che lo distingue regalando non solo morbidezza alle sue creazioni, ma anche tempra forte di essenza della mano stessa che le esegue.
Il cuore, quindi, come a rubare un segreto racchiuso in ogni pulsante tocco, per una tenerezza che vuole rompere la pietra e chinarla alle proprie volontà. Possono, senza dubbio, queste associazioni libere ma pertinenti renderlo “ scul-cuore” di cui lo stesso sceglie l’emblema stilizzato e personale.
Ed allora ci si convince che il talento dello scultore D’Alimonte non riproduce ma produce, delineando scultoree emozioni tridimensionali per sempre immortalate nella propria essenza e nel nascere, come un sole che immola il suo primo raggio in eterno, non più attimi, ma attimo unico da cui risorgere polvere cristalline e porose in un “polvere alla polvere” che sa di costruzioni emoti-volatili. Una sorta di passaggio dagli sguardi verticali agli sguardi orizzontali, dove vivono rianimandosi persino i fossili, quasi collegamento tra storia della storia e storia dell’anima, in fondo la vita, con un’essenza della forma che sovente abita la pietra paglierina, altre volte la plastica, o le corde o le materie che D’Alimonte mette in relazione, mai dimentico del ruolo dell’artista in questa strana società che difficilmente si lascia emozionare e che pure ha profonda necessità dello sguardo dell’artista. 
In un senso ancestrale ci regala l’immagine dello scultore immerso nei frantumi volatili e da cui risorge il suo animo sempre nuovo, di pieghe, orizzonti di nuovo e speranze vestite, attraverso cromie di forme che lasciano il frastagliato per sposare le volontà di un cuore che si erge nell’alto del cielo, fino alle sue nubi e alle sue ceneri odorose di scandagliati battiti di scalpello. È come se il nostro fosse profeta della rinascita della materia, che si fa da un lato engagement, impegno a tutto tondo verso le tematiche sociali, con un impatto visivo di notevole caratura, in un connubio di simboli che persino nella scelta dei materiali la dicono lunga sulla possibilità di pensare la vita in termini di accostamenti.
Produce l’artista scultore, produce e si fa araba fenice, vive e ci fa vivere la pietra, fa dono di un presente che parlerà della nostra terra, della nostra Majella madre e della nostra cultura più antica, per un orgoglio abruzzese delle terre soleggiate che vogliono parlare da madre terra a fratello uomo nel dono della purezza dell’anima, un’anima sicuramente inquieta, un’anima che, col cuore, dal cuore, nel cuore, vede il crepaccio, lo squarcio, la linea dell’orizzonte che solo un vero artista sa intuire.


    Massimo Pasqualone

Articolo pubblicato il 28 aprile 2015.