Segue

 

   Le grida dei pellicani giungono fino a noi dal piccolo porticciolo sulla spiaggia di fronte, dove una barca a motore ci aspetta. Siamo saliti guardandoci intorno, quasi increduli di non vedere persone, auto e grattacieli, ma solo mare e cielo e pellicani. Un breve tratto da percorrere e arriviamo su un lussuoso catamarano bianco, ancorato al largo, che ci condurrà a fare il giro delle isole, fermandosi per farci bagnare in un’acqua dalla trasparenza irreale.

Intorno a noi atolli bianchissimi si alternano ad acque turchesi, luminose e trasparenti come enormi piscine naturali.

Bassi fondali rocciosi creano intensi contrasti di colore e i lunghi tratti verde-azzurri sembrano dipinti da un artista per dare maggior risalto all’orizzonte dove un cielo saturo di nuvole bianche e gonfie rende lo scenario selvaggio e bellissimo.

La luce è talmente accecante che non è possibile restare ad occhi nudi. Gli alisei sfiorano la pelle e increspano le acque, portano odori nuovi mentre si fa strada la suggestiva idea di essere dei sopravvissuti. 

Le persone sono in silenzio, si sentono nitidi gli scatti delle macchine fotografiche come se tutti i presenti volessero rubare le immagini per ricordarsi d'essere stati lì, davvero.

I ragazzi dell’equipaggio sono discreti e gentili, bevande di ogni genere sono a disposizione di chi ha sete, gli sguardi cominciano ad incrociarsi, i sorrisi distendono i volti, l'avventura è cominciata.

Il catamarano approda su un’isola piccolissima, dove c’è solo un grande capanno di legno per ripararsi dal sole, e tavoli e panche e poltroncine pieghevoli. Da lontano si scorgono due o tre case di pescatori, nascoste dal verde delle grandi mangrovie  che sfiorano l’acqua. La sabbia è bianca e fine, impalpabile come gesso, non scivola tra le dita ma lascia tracce di morbidezza luccicante.

Con me c’è mia figlia e il suo fidanzato, sono arrivati da Parigi, ed hanno un’aria assolutamente disorientata come se si fossero svegliati dentro un sogno.

L’acqua che ci accoglie è piacevolmente calda, qua e là si cominciano a sentire scoppi di risa e grida di stupore e l’aria è percorsa dal fruscio delle ali tese dei pellicani che si tuffano a picco nel mare e riaffiorano in superficie cercando di scuotersi dal dorso un’altra specie di uccelli che, con accanita determinazione, contendono la loro preda. Piccoli gabbiani dalle eteree ali bianche volteggiano lanciandosi richiami.

Tutto è talmente perfetto e naturale, nel senso più ampio del termine, da sconfinare quasi nel meraviglioso. Forse era così anche all’origine del mondo.

Restiamo a lungo nell’acqua, poi ci asciughiamo al sole e un’altra sorpresa ci aspetta: lungo la spiaggia ci sono pezzi di corallo, levigati e chiari, come sculture moderne, e conchiglie enormi, bianche e rosa, lucide e bellissime, in una infinita varietà di forme e dimensioni: sono loro che rendono la sabbia così bianca sgretolandosi nel tempo. 

Ci chiniamo a raccoglierle, ad osservarle da vicino, a sentire la voce del mare appoggiandole all’orecchio, poi, quasi a malincuore, le adagiamo sulla spiaggia, rispettando la regola che vieta di portarle via, per poter lasciare che la natura segua il suo eterno corso di trasformazione.

Risaliamo nel catamarano, ormeggiato sulla riva, tramite una piccola scala immersa nell’acqua. Tra non molto il pranzo verrà servito a bordo, nel frattempo la nostra guida ci propone un’immersione al largo, a ridosso della barriera corallina. Andiamo a fare snorkeling?

Accettiamo quasi tutti con entusiasmo e un pizzico di timore. Vengono distribuite pinne e maschere e consigli e raccomandazioni. Ci mostrano come usare al meglio le attrezzature, raccomandandoci di non abbandonare il gruppo, di non toccare i coralli, perché sono creature vive, e di non spaventarci se incontriamo barracuda… Qualcuno la prende come una battuta e sorride, ma non lo è. Avremo modo di scoprirlo presto.

La scialuppa ci porta al largo, le onde sono più alte, il colore più cupo, la barriera corallina è alla nostra destra. Ci avvertono che forti correnti potrebbero sospingerci lontano, meglio non allontanarsi troppo, siamo a circa undici metri di profondità, possiamo ancora ripensarci.

Uno dopo l’altro ci tuffiamo in acqua, io precedo mia figlia e con un bello scatto di pinne mi allontano dalla barca, sono pronta a vedere, per la prima volta nella mia vita, la barriera corallina e i suoi fondali.

Credo che ripenserò a quel momento per molto tempo, mi è difficile anche descrivere l’emozione che ho provato immergendo il viso e guardandomi intorno con gli occhi spalancati dallo stupore. E’ stato come entrare in un documentario, cose viste in televisione, ma percepite ora a livello epidermico e non solo mentale.

Pesci variopinti dai colori più imprevedibili, viola, rossi, blu, in gruppo o solitari, vagavano intorno a rocce e coralli grandi come cespugli e la luce filtrava attraverso l’acqua trasparente fino al fondo sabbioso, rendendolo incredibilmente vicino, in una illusione ottica del tutto imprevedibile ….

Mi sembrava di essere immersa in un gigantesco acquario e il mio cervello percepiva solo l’incredibile varietà di vita che mi circondava, passando di stupore in stupore, alla vista di un curioso pesce palla, o di un altro quasi blu fosforescente con delle righe gialle sopra gli occhi… Una specie di polipo si è nascosto attorcigliandosi dentro una roccia, uno strano pesce a righe nere e avana stava immobile sul fondo, i drappeggi delle alghe si muovevano dolcemente verso l’alto.

Unico suono il battito del mio cuore che rimbombava nell’orecchio.

D’un tratto, tra un gruppo di coralli, è comparso un pesce giallo, lucente, di circa mezzo metro, sinuoso ed elegante, si è avvicinato, nuotando lentamente verso di me. Sono rimasta ipnotizzata ad osservarlo, senza alcun timore, come se tutto fosse in qualche modo irreale e inoffensivo.

Nuotavo piano, muovendo appena le pinne, come una passeggiata serena in un mondo conosciuto… Forse il pesce ha capito le mie intenzioni pacifiche, forse ha percepito la mia diversità o lo ha incuriosito il mio odore umano, non so spiegarlo, so per certo che mi si è affiancato ed ha nuotato un lungo tratto con me, regalandomi una emozione indimenticabile, come fosse un cane al mio fianco in una tranquilla passeggiata nel bosco.

Credo di aver perso un po' la cognizione del tempo, nulla mi interessava più se non continuare a vagare tra la magia di quel mondo sommerso, attraversando branchi di pesci piccolissimi e ritrovandomi a passare sopra scure rocce taglienti irte di ricci e alghe in movimento. Quando mi sono decisa a tirare la testa fuori dall’acqua, sono stata subito travolta da un’ondata potente e ho faticato a riprendere fiato: intorno a me non si vedeva più nessuno, né barca, né gruppo di persone… Solo cielo e mare, all’infinito.

Ho avuto paura di essermi persa, di aver lasciato che la corrente mi avesse trascinato chissà dove.

Le nuvole bianche in quel cielo così vasto sembravano lontane e innocenti.

La sensazione di essere totalmente sola, dentro un oceano azzurro, gonfio, senza alcun punto di riferimento, mi ha fatto sentire inerme, piccolissima. Uno spasmo di paura mi ha attraversato gelandomi lo stomaco.

Ho cominciato a nuotare disordinatamente senza una meta. Nessun rumore al di là delle onde e la luce tutt’intorno.

Rituffando il viso nell’acqua la paura scompariva quasi d’incanto e tutto riacquistava un senso di pace e la curiosità riprendeva il sopravvento.

Il rumore del mio fiato e il battito del cuore mi tranquillizzavano come in un grande utero materno. Sarei rimasta lì, in eterno. 

Forse è stata proprio questa parola e il concetto stesso che ne consegue, 'eterno', a far sì che nei recessi del mio inconscio sia scattato come un campanello di allarme. D'un tratto non era più la bellezza e la complessità di ciò che avevo davanti agli occhi ad attrarmi, bensì era balzata in primo piano la necessità di venirne fuori... E l'ansia di non riuscirci. Il cuore aveva cominciato a pulsare sempre più velocemente e questo mi ha aiutato a distaccarmi da quello spettacoloso scenario, ipnotico, e a tornare in superficie. Dopo alcuni rapidi sguardi tra cielo e mare ho visto in lontananza qualcuno che stava nuotando verso di me: la testa si sollevava e subito scompariva tra le onde e non riuscivo a capire chi fosse e cercavo di avvicinarmi ma la corrente me lo impediva, la sentivo palpabile, come se un fiume sotterraneo mi avvolgesse e cercasse di trascinarmi via. Un’ondata più forte delle altre e ho rischiato di esserne travolta. Facevo fatica a rimanere a galla.

La tentazione di lasciarsi andare era forte, quella sensazione di pace che avevo provato poco prima mi impediva di stringere i denti per lottare e non subire passivamente il richiamo delle sirene.

Poi inaspettatamente una voce conosciuta mi stava chiamando, e sopra l'incalzare delle onde ho sentito distintamente come un grido: - Mamma... Mammmaaaaa. -

E' stata come una sferzata di adrenalina, improvvisamente mi sono sentita pervasa da una forza che non credevo più di possedere e ho cominciato a nuotare verso mia figlia che stava nuotando verso di me e ci siamo abbracciate ed era anche lei emozionata e felice.

Gli altri erano approdati su un’isola poco lontana e ci stavano aspettando.

Ci siamo avvicinate e lottando tenacemente contro la corrente che però ormai stava perdendo forza, siamo finalmente riuscite a toccare la riva, con la testa che girava e le gambe che tremavano. Qualcuno ci ha passato un accappatoio, mi sono sentita sfregare le spalle, poi siamo stramazzate a terra come due naufraghi con le dita immerse nella sabbia calda e il viso rivolto verso il sole. Pian piano il respiro affannoso stava tornando regolare. Siamo rimaste una mezz'ora così.

Ora i visi della gente intorno a noi non erano più sconosciuti, eravamo tutti compartecipi di un’avventura splendida e comunicavamo le nostre sensazioni a gesti e frasi, in un miscuglio di spagnolo, inglese, allegri sguardi e battute non comprese.

Siamo risaliti a bordo del catamarano, tutti eccitati e piacevolmente stanchi, di quella stanchezza rigenerante, prettamente fisica, che ci aveva fatto venire appetito e sete.

Ci siamo seduti intorno ai tavolini apparecchiati con bianche tovaglie di lino e ibiscus rossi in un centrotavola suntuoso mentre i camerieri miscelavano cocktail al sapore di frutta e leggermente alcolici, poi, dopo il piccolo aperitivo, ci hanno servito per pranzo dei fusilli al pomodoro fresco, degni del miglior ristorante italiano, seguiti da una ricca insalata e da un pesce molto saporito: era il barracuda, che a tutti è sembrato ottimo e gustoso.

Abbiamo mangiato chiacchierando e ridendo, completamente rilassati e a nostro agio, come se fosse naturale essere là, quasi fuori dal mondo.

Per la siesta pomeridiana siamo scesi a terra, e mentre mia figlia chiacchierava in inglese con il figlio di un famoso architetto di New York, io mi sono distesa sulla sabbia, all’ombra di una pianta.

Salamandre nere enormi si aggiravano nei pressi, per niente impressionate dalla gente …Qualcuno lasciava che si arrampicassero lungo il polpaccio senza esserne infastidito, mentre per me era come se avessi consumato tutto il coraggio e quindi nonostante l'acuto desiderio di una bella dormitina nella gradevole e fresca ombra, ho preferito andarmene e mi sono incamminata alla scoperta dell’isola….

 

Fine prima parte

 

   Ada Pianesi Villa

Articolo pubblicato il 23 giugno 2018.

 

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