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GIULIETTA DEGLI SPIRITI 

                                  Federico Fellini  1965

 

   Non saprò contenermi dall’inserire l’elemento emozionale, che mi pervade in una dolcezza e uno struggimento. Anche se dire “Federico Fellini” nell’Italia delle “fake news” e dello “stalking” serve ormai a poco. Il “red carpet” giace srotolato e immacolato, scollature e saluti, flash e pettegolezzi, senza ciak, dato che l’ultimo l’ha dato Lui. E non lo chiamerò Maestro. Come tutti i maestri non amava per fortuna, essere chiamato Maestro. E’ Federico, mio fratello, il mio insegnante, il mio vicino di casa, l’impiegato dei telefoni di stato o il maestro elementare, mio padre. E Giulietta degli spiriti è il film che Federico Fellini e Giulietta Masina, hanno realizzato per un bambino curioso che andava a Roma di tanto in tanto e hanno raccontato i suoi pensieri, scorrazzando nel parco della fontana, guardando la sua ombra all’interno del colonnato di San Pietro, camminando nel portico della basilica di San Giovanni in Laterano, mentre la mamma gli sbucciava una banana. Roma è tutta lì. Mi riesce impossibile procedere ad un’analisi ad un film a righe, o a quadretti, quale è questo. Davanti a un film di Federico Fellini, il mio sorriso diventa automatico e incontrollato, quasi ebete, perché i film di Federico Fellini non si vedono con gli occhi, ma col corpo eterico, con i chakra, coi sogni e col bicchiere d’acqua sul comodino. I film di Federico Fellini sono perfetti, come perfetta è la vita, nella sua sconclusionatezza. I film di Federico Fellini sono uno, che comincia nel 1950 e si conclude, almeno per questa dimensione, nel 1990. Io li ho visti tutti, ad alcuni ho anche partecipato, anzi a tutti, in almeno una scena, in questo il mio posto era al balcone della villetta ricostruita nella pineta di Fregene, dove i coniugi possedevano effettivamente una casa. Mi sono fermato a sentire gli odori dell’erba bagnata e ho tremato con Giulietta per le presenze inquietanti, la spregiudicatezza della bellissima Susy (Iris…Fanny…i nomi della vicina 

Susy (Sandra Milo).

di casa e delle sue “alter” interpretata da Sandra Milo) e la monumentalità repressiva della altrettanto bella madre (Caterina Boratto). La frivolezza sensuale della sorella-star televisiva Sylva (Sylva Koscina) 

Sylva (Silva Koscina).

e l’intuito ammonitivo della seconda sorella Adele, (quella Luisa Della Noce 

Adele (luisa Della Noce).

già presente in capolavori di Pietro Germi quali “Il ferroviere” e “L’uomo di paglia”). Giulietta degli spiriti si gioca totalmente in un interno domestico dai tratti borghesi, con strali misteriosi e una congerie di presenze, gli amici della coppia Giulietta-Giorgio (Mario Pisu, fratello dell'allora più famoso Raffaele).

Mario Pisu.

I colori, il ritmo di ripresa e di sequenza, la gestualità maliziosa e studiatissima, sono i protagonisti di questa “pericolosa” favola, dove l’autore (in collaborazione con Ennio Flajano, Tullio Pinelli, Brunello Rondi) racconta una vicenda con levità e gaiezza che oggi definiremmo da “mulino bianco”), toccando, senza colpo ferire, tra candido umorismo, citazione fumettistica, e fulminee strizzate d’occhio all’ambiente televisivo delle pubblicità dell’epoca (“…per i suoi pavimenti, signora…”), le corde più delicate e profonde della psicanalisi e del mondo dei rapporti sentimentali e sociali; così i rumori, il suono petulante di tacchi a spillo negli spostamenti delle figure femminili tra le stanze, i pennacchi di incenso nella penombra del soggiorno “bene” durante la seduta spiritica iniziale; le frasi apparentemente disarticolate tra loro che con un discorso irrazionale (questa era la forza e la magia di Federico), si compongono, alla fine, in un concetto chiaro e “quadrato” in quanto a tematica, dinamiche, analisi e conseguenze di fatti. Giulietta è una bambina, che recitando nella rappresentazione di una vicenda sacra, nella parte della “Santa” viene martirizzata, arsa al rogo, davanti al pubblico silenzioso di insegnanti e genitori. Il nonno si ribella, fa calare la graticola issata verso il soffitto del teatrino a simboleggiare l’ascesi della Martire. Giulietta porta con se la colpa. Giorgio la tradisce.

Il martirio di Giulietta.

A tratti la deride, e pare non percepire la colpa o la responsabilità negativa del proprio tradimento, il suo comportamento è come naturale e logico, quasi dettato dalla consapevolezza di un servigio reso alla consorte più o meno ignara, che le consentirà una catarsi psicologica: la separazione. Giulietta indaga, l’amante è una modella “Molto bella e…un po’ puttana?”, come chiede ad una sua collega nel contesto di una festa orgiastica proprio a casa di Susy. Susy le appronta, in una stanza circolare, un convegno amoroso nel proprio letto sormontato da uno specchio dove “si ha l’impressione di essere in quattro”, con un giovane bello dalle eteree fattezze (facente parte della “corte” di Susy), il quale, con la sua sola presenza al cospetto della protagonista e implicita disponibilità, forza e insidia i principi cattolici e borghesi della donna.

Il convegno amoroso.

Sante arse vive compaiono, proprio un istante prima del momento dell’abbandono, mentre Susy, attraverso un tunnel surreale, dall’imbocco a guisa di conchiglia, invita Giulietta a seguirla, lanciandosi nuda nelle acque della piscina attigua alla stanza. Giulietta rifiuta. Giulietta fugge spaventata nel suo rosso (bellissimo) abito da sera plissè, nel bel mezzo della festa cui è stata invitata. 

Giulietta.

Ma sussiste in lei la tentazione segreta di attingere e identificarsi, pur nelle contraddizioni immaginabili, con la figura della vicina. C’è il circo, immancabile, e Susy diventa Fanny, una bellissima acrobata ballerina che tra marcette trionfali, salti di gioia di bambini (tra cui proprio la piccola Giulietta) presenza di dame in voluminosi, imponenti costumi da gala, piccoli binocoli, fa innamorare il nonno, col quale fugge, tra le ire del preside (lui era un insegnante), a bordo di un aereo biplano. Una citazione doverosa e inevitabile va fatta a proposito dei costumi, di Piero Gherardi. Il racconto dell’assurdo e grottesco, reso “logico” tramite la parvenza conferita ai caratteri, con le loro maschere. Ridondanti, colorate, eccessive, a volte abnormi, ma soprattutto “Felliniane”, laddove l’avverbio o aggettivo, necessita di maiuscola, al pari di una corrente pittorica; la mascherata ironica e curiosa, stuzzica in ogni suo angolo, la capacità di evocare similitudini più o meno verosimili, in ognuno di noi. Questo il carattere terapeutico dei suoi lavori. E che ne fa un non-regista; Fellini di fatto, e secondo il parere (amaro) di chi scrive non ha trovato un posto abbastanza ampio nella cinematografia nazionale, lo si imita, piuttosto, ma non tutti hanno la sapienza e il rispetto di Woody Allen (Stardust Memories) nel sottolinearne le dinamiche pittoriche attraverso gli scatti e gli indugi della sua inimitabile “calligrafia” narrativa. Di tanto in tanto occorre che qualche collega trasvoli l’Oceano, (David Lynch) ed in contesti ovvi e “normali” (intervistato da Fabio Fazio) si periti di venire a ricordarcene con ossequio, rispetto, e stupore la enorme portata e la speciale “funzione” formativa e istruttiva. La caricatura poetica, abile nel trasformare in sublime, attraverso il travestimento, i caratteri buffi o spesso ridicoli di personaggi interpretati anche dai loro costumi… E’ una storia per immagini, ecco il macchinoso decollo del velivolo, e i personaggi urlanti, a terra, come figure di fumetti. E la passeggiata di Susy con Giulietta, pedalando su due “Graziella” (di cui abbiamo sicuramente memoria!) nella pineta. Susy ha fatto costruire alla sommità di uno degli enormi pini, un rifugio, una terrazza pied-a-terre, dove si reca a prendere il sole, dove vi è un giaciglio e dal quale irretisce due baldi giovani, è il caso di dirlo, che, di passaggio a bordo di una spider, tra i pini, si issano con l’incredibile cesto-elevatore fino al rifugio.

Federico Fellini sul set.

Giulietta, invitata a rimanere al peccaminoso convegno, di intuibile conclusione, fugge, ringraziando, ma arrivata a qualche metro di distanza, ridiscesa al suolo, non resiste dal voltarsi a guardare l’”entrèe“ dei due “attori”, nell’alcova, dove la padrona di casa li attende, famelica e simbolica, sul terrazzo, se ne vedono le gambe, nude ben piantate a terra e la posizione di dominio e di preparazione al “rito”. Tutto ciò è bellissimo perché costituisce una continua oscillazione tra il disinvolto oltrepassare i limiti del ben-pensare, la cinematografia spinta, l’incomprensibile, il sottinteso erotico, quasi pornografico e provocante e la dimensione casalinga. Giulietta confeziona, con l’aiuto delle domestiche (Teresina ed Elisabetta, Elisabetta Gray e Milena Vukotic, già sorella di Giannino Stoppani-Gianburrasca nel celebre sceneggiato della Wertmuller con Rita Pavone), delle file di peperoni con lo spago o “serti di peperoni” come li definisce “Val” (Valentina Cortese), per l’inverno. Quest’ultima fa irruzione della “villetta di sogno” per coinvolgere l’amica nell’incontro del pomeriggio con Bishma, il santone donna-uomo, venuto a Roma per due giorni e a cui “non si può mancare”. Il responso, da parte del veggente agli interrogativi di Giulietta sulla condotta del marito è un codice sulle regole del sesso, da mettere in pratica: “Perché non impari a piacere di più a tuo marito?”, “L’amore è una religione, tuo marito è il tuo Dio, tu sei la sacerdotessa del culto… il posto da battere con passione è il corpo… hai comprato le calze?”, “Quali calze?” “Le calze a rete…”. Giulietta si altera: “L’amore come un mestiere… ?” “Non ho detto mestiere” (Valesha Gert, doppiata da Alighiero Noschese) e l’incontro si conclude tra le convulsioni di quest’ultima e il commiato di Giulietta con le amiche, durante il quale le viene predetto però da Bishma, l’incontro che avverrà tornando a casa, con Josè (Josè de Villalonga, il bellissimo e facoltoso invitato al party dato da Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany”) amico di suo marito.

José (José Luis de Vilalonga).

Infatti, in giardino, al suo ritorno, fra il frinire delle cicale, si prepara la Sangrìa, Josè chiede e mescola gli ingredienti in una caraffa, con l’aiuto delle domestiche e una volta pronta la bevanda, ne porge un bicchiere a Giulietta, che domanda come si chiami il buonissimo vino: “Sangria… si dice che tolga ogni sete in chi la beve” che sono le precise parole preconizzate dal santone, prima che si lasciassero; Giuletta trasale impercettibilmente, nel riconoscere la evidente veridicità di ciò che è stato detto durante l’incontro apparentemente delirante con Bishma. La presenza dello Spagnolo anima la villetta nel silenzio notturno, dopo cena, di dissertazioni sull’arte di toreare, e simboli di corna (…) mulete, prove di evoluzioni nell’arena-soggiorno, versi di Garcia Lorca. Giorgio parte, “forse starò via più di qualche giorno”. Giulietta, seria, silenziosamente rassegnata, reduce dall’incontro durante una sua festa in giardino con la psichiatra americana (Anne Francine) che le aveva comunicato la propria opinione riguardo all’eventualità di una sua separazione da Giorgio: “Lei desidera fortemente essere lasciata sola, in realtà”, rimane sola in casa, le domestiche in libera uscita. Nel regolare ticchettìo dei suoi passi sul pavimento lucido della luminosa villetta vuota, le piante del giardino già protette da sacche di cellophane dopo l’estate, chiude con cura le imposte, le tende, controlla, poi si siede, assumendo “un contegno” che esplode ben presto in un pianto dirotto e solitario. Si animano così le moltitudini di fantasmi, figure animali (cavalli) ed entità più o meno identificate che brulicano in casa. Si mette a letto, apre un libro, ma la casa è infestata e la figura dominante tra gli spiriti è proprio la madre, sua madre. “Mamma… aiutami tu”. Avvolta in una luce livida e vestita di tulle spettrali e multicolori nel buio della stanza, guarda Giulietta minacciosa e bellissima.

La madre.

“Sento piangere…” mormora Giulietta: “Non ti muovere!” esclama la madre, ma lei trasgredisce; in un angolo della casa, il profilo chiaro di una feritoia che descrive l’arco di una porticina oltre la quale si indovina una luce accesa. Non vi sono maniglie, Giulietta cerca di aprire, il pianto viene da quella direzione, infila le unghie, forza, tira, sua madre severissima le ingiunge: “Ubbidisci a tua madre!” e qui l’equilibrio imposto da una vita si spezza nel rifiuto e nella fermezza improvvisa di Giulietta che, voltandosi dice perentoria: “Non mi fai più paura”. La regina perfida si riduce ad uno scolorito fantasma curvo, privo di trucco e di luce, si volta e indietreggia umiliata e impotente, mentre il “click” di risposta alla conquista della donna, proviene dalla porta, che si apre magicamente. All’interno di un piccolo ambiente dalla prospettiva esasperata e irreale c’è la “Bistecchina” (come la chiamava il nonno), ancora sulla graticola e le fiamme (di carta rossa); Giulietta si avvicina, e pone mano alle cinghie che la assicurano allo strumento del supplizio, la fronte imperlata di sudore e strenui sforzi, riesce a liberare la bimba che alzatasi, le butta le braccia al collo. Le presenze indietreggiano, svanisce il clima ostile, caotico e maligno, la casa viene restituita ai suoi colori. Il nonno partendo di nuovo sul suo strano velivolo, si accomiata dicendole, alla sua richiesta di rimanere: “…lasciami andare, non hai più bisogno di me, in fondo anch’io come tutti gli altri sono una tua invenzione”. In una stupenda, mite mattina Giulietta, da sola, esce dal recinto, nella pineta, tra i sussurri di “amici” che la chiamano “… ora, se vuoi possiamo rimanere”. Si ripete quel miracolo espressivo, che fu la chiusura de “Le notti di Cabiria” (1956) in cui la dolce protagonista, presa a legnate attraverso fallimenti e dispiaceri, dalla vita dopo aver perso tutto, sulla strada di notte, con il trucco sciolto dal pianto, riprende il suo cammino, e guarda il pubblico, la telecamera, sorridendo.

Giulietta.

Così fa Giulietta, serena, prima di allontanarsi, nuova e libera nello spazio arioso e pieno di creature cinguettanti e fronde che frusciano…

 

 

 

 

 

Francesco Paolo Di Falco

Articolo pubblicato

il  3 dicembre 2017.

 

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