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“…se mi viene da ridere siamo fregati! ” MINA “Plurale” 1976

 

Estate 1976. Notte, siete con me (e niente discussioni) a Milano. Corso Italia, i lastroni della pavimentazione in porfido, umidi innervati dalle rotaie lucide, il piazzale davanti alla chiesa di S. Eufemia, spalle al Duomo a sinistra, divisa dalla via omonima, dalla più conosciuta san Paolo Converso, grande chiesa Barocca. Nera, apparentemente abbandonata, in realtà sconsacrata e teatro di attività intense, incontri tra musicisti, sessioni e…registrazioni. C’è Mina, all’interno, il maestro Gianni Ferrio, e in regia il fonico Nuccio Rinaldis accanto a Alba. La famosa soubrette Arnova, ora consorte del maestro Ferrio, alla consolle. C’è un’introduzione, incisa su disco il cui contenuto spiega il progetto, proposto qualche tempo prima, nella villa dei coniugi Ferrio, dove la cantante era solita trascorrere dei soggiorni, quando si recava nella città, per lavoro. Gianni al piano, la prima idea, la scelta di un motivo e la scomposizione dello stesso in più linee vocali, coro o controcanto, incroci sonori e sovrapposizioni. Una, due, tre…sedici volte. Mina (si dice) impazzisce, partono affettuosi improperi (“…ti odio…”) per la complessità del lavoro, ma l’idea è grandiosa, e rimane unica. Nell’epoca che, per assenza di “vocoder” e vari congegni che “ricolorano” la voce, la ripetono, la sovrappongono, artigiani (per davvero) lei, Gianni Ferrio e un’orchestra memorabile, ovviamente da lui diretta, modellano, con pialla e sega elettrica, vernice e cacciavite, nove “momenti” di una vetrina, accuratamente scelti tra i meno comparabili, e che danno luogo al florilegio di rara bellezza. Ad essi si aggiungono appunto, la giocosa “Intro” parlata e un fulmineo finale (di 8 secondi!) “Good evening friends” di cui il Maestro è autore. Mi permetto di attribuire termini tipo “Maestro” che non ho mai amato, perché in questo caso scevro da senso celebrativo tutto “audience”. Troppi, infatti sono i “maestri” odierni. In questo caso denominazione appropriata e dovuta.

Incontrai Gianni Ferrio in un bar di via Oslavia, a Roma, a poca distanza da quel Teatro delle Vittorie; era il 1992 e facendomi coraggio, mi avvicinai. Se ho mai conosciuto una persona cortese, umile, e sinceramente lieta di essere interpellata (come immagino gli sarà accaduto milioni di volte) da uno sconosciuto, questa è stata proprio Gianni Ferrio (che è scomparso nel 2013). Qualche convenevole e il discorso è finito su Mina e i temi da lui affidatile, le collaborazioni (sua la direzione orchestrale nel memorabile “Dal vivo ’72” alla Bussola di Viareggio), due spettacoli Tv e l’amicizia. “Mina è a Lugano…”, disse solo, poi aggiunse come riferendosi a qualcosa di leggendario: “…E’ un mostro”. Molti, in prima, seconda serata e nei “talk”, dicono “un mostro” si profondono in appellativi più o meno logori sempre più altisonanti: “mito”, “insuperabile”, “misteriosa”. Quel “mostro”, espressione pratica e semplice, detta da lui mi fece viceversa impressione e capii cosa intendeva. Un mostro invisibile, che non ha (più) bisogno di sancire la sua presenza e la sua funzione, tanto essa è divenuta specifica e peculiare, nel panorama (odierno) della musica e ahimè della Tv. L’assenza come (legittimo) strumento di affermazione, che si intensifica, anziché affievolirsi col passare degli anni. Caso unico, direi nel mondo. Salutai e lo lasciai al suo lavoro di direzione per una delle milleduecento edizioni di “Fantastico”.

  • Intro (Mina). Dopo un rumoroso ingresso, zoccoli ai piedi, la “cantante” si schiarisce la voce, beve qualcosa, si lamenta del “freddo improvvisamente qua dentro” con delle “E” che le conosciamo bene, in quanto a tonalità e ampiezza fonetica… Si lamenta anche delle consuete “due sigarette accese”. Ride divertita, contando il tempo “uno, due tre quattro…” fino a dieci. Alba sollecita l’”evento” dall’interfono, mentre Nuccio dà l’ok per il livello della prima voce. Dopo il primo accenno del fa basso, andato a male, appunto per un attacco di riso, dopo cui invita il tecnico a girarsi dall’altra parte… l’incanto, supportato da tecnica e precisione inizia. Su un vocalizzo in “a” partendo dal Fa appunto, attraverso otto passaggi tonali in dieci quarti produce la prima sovrapposizione che ha valore di paradigma. Le “tre ottave di estensione”, menzionate in una nota di copertina di cui la cantante dispone e che rendono possibile la sovrapposizione dal trio al coro a sedici voci.

Avendo trascorso anni nell’intento scrupoloso di evitare l’iscrizione a blog vari e Fan Club (con rispetto ed efficacemente), scelgo di parlare di un argomento che tanto mi sta a cuore e che considero di mia presuntuosa competenza. Utilizzando il Contesto letterario che mi si propone evitando in questo modo sassate, vituperi e insulti semmai mi venisse fatto di affermare che preferisco una copertina piuttosto che un'altra o che Mina Anna è alta “solo” 175 (invece che 178, come riportato negli annali). Tant’è. Racconto ciò che so. Faccio finta, stasera di non essere un “ammiratore”, parola vaga. Faccio finta che quel 2 Dicembre 1958, mentre si recideva il cordone ombelicale di Francesco Paolo, non fosse pubblicato su “La notte” quell’articolo di Guido Gerosa su “La ragazza alta con le scapole magre” (“Nascono le stelle a porta Garibaldi”), riferito alla prima performance ripresa anche dalla Tv, della cantante, al cinema teatro Smeraldo di Milano in occasione della “Sei giorni della canzone”. La sua carriera è lunga esattamente come la mia vita. Sono uno che presuntuosamente, questo si, si permette di condividere, in bellezza, uno dei più travolgenti e begli afflati che hanno colorato l’epoca dell’informazione e dello spettacolo di allora di cui ho avuto, seppure in età infantile e in parte adolescenziale, la fortuna e il piacere di essere testimone. Riguardo all’”inspiegabile ritiro”: ritengo non ci sia stato nessun ritiro. L’assenza di Mina, come ossimoro non è che l’elemento da sempre insito come punto di forza irrazionale nella sua… presenza, anche ai tempi in cui i suoi interventi in tv erano frequentissimi. Cioè tra il 1958 e il 1968. Bastava una sigla finale, la sala che si vuotava al suono delle ultime note del piano (Studio uno ’65) per evocare distacchi che facevano temere il “mai più”. Me lo ricordo benissimo. Certe riprese per i caroselli (Valerio Zurlini, Antonello Falqui, Duccio Tessari, Piero Gherardi) in specie quelle degli anni ’60 esprimono benissimo questa strana alchimia malinconica dell’assenza-presenza. Mina tra le architetture surreali dell’Eur di Roma, sulla terrazza del padiglione della stazione centrale di Napoli, o sulla sconfinata copertura di uno degli hangar di Fiumicino (Riccardo Morandi), circondata dal… vuoto, in un senso di solitudine immanente che solo le sculture sanno colmare, nell’immobilità che rimanda ad uno stato che trascende il tempo senza suscitare angoscia, ma al contrario, sicurezza o addirittura appartenenza reciproca, tra l’artista e il “suo” pubblico. Questa in sintesi e secondo il mio punto di vista la risposta al “perché”. Che non c’è.

D’altra parte “… l’epoca non la merita, e lei lo sa, per questo se ne sta nascosta…” non sono parole mie, ma di Michele Serra. Come non mettere un “mi piace?”

  • “Moonlight serenade” (Glenn Miller - Mitchell Parish)

L’attacco è perentorio. Dopo colpi di tosse, sorsi di acqua brillante, qualche lazzo, tremori, risate e sigarette spente,              si fa silenzio, e l’atmosfera rivela in una nota di inizio il suo rigore e la perfetta forza evocativa. Si tratta di un motivo del 1939, eseguito all’epoca (e in innumerevoli versioni in epoche successive) dall’orchestra diretta dall’autore. “Stand at your gate… and the song that I sing is a moonlight”. Mina fa il suo ingresso sei volte, una sull’altra, in un impasto che è la scomposizione e insieme la creazione di un’unica, compatta voce. Simultaneamente all’accompagnamento iniziale: piano, contrabbasso, batteria in una sola onda che sembra evocare uno dei suoi “ingressi” in Tv, ma forse anche meglio… Sei “spettri” tonali che arricchiscono in maniera esponenziale il colore già inconfondibile della più bella voce…(e qui mi astengo da comparazioni, per evitare sberle, istruttorie e denunce…). Alla seconda strofa introdotta da “Stars are aglow…” segue la risposta delle trombe con sordina; essa verrà ripetuta nel successivo passaggio dalla combinazione vocale sovracuto flautato e tono medio in vocalizzo, una specie di stilizzata “firma” dell’interprete che in questo caso personalizza la partitura strumentale con la consueta elegante sensualità; nel passaggio finale, dopo l’intermezzo per sax alto e voci, lo stesso motivo viene ripetuto dalle trombe.

  • “C’è un uomo in mezzo al mare” (D.Olivieri N.Rastelli)

Il sontuoso incipit appena concluso ci dispone allo smoking, aspettando, chissà, l’attacco dell’Ode alla gioia di Schiller e invece il quartetto di fiati, i violini e la ritmica introducono uno scoppiettante charleston. Incisa nel 1936 dal duo Renzo Mori (tenore) e Molina, questo motivo fa l’effetto di una canzone ripescata dagli archivi dell’epoca e “pulita” di scricchiolii e fruscii; lo spirito si compenetra con fedeltà e nell’elaborazione “moderna” diventa l’essenza stessa dell’atmosfera originale, senza necessità di orpelli, birignao o sottolineature musicali.

Tra testo e vocalizzi di accompagnamento del trio, ripenso spesso a un possibile passaggio pubblicitario, accostabile a quel moderato “scat” che fu “Pallina” dell’indimenticabile Quartetto Cetra

  • “My love” (Paul Mc Cartney)

Una delle perle che i “baronetti” hanno continuato a regalarci dopo la scissione del complesso avvenuta nel 1970 è questa “My love” interpretata tre anni prima dall’autore. La versione si discosta con molta discrezione dall’originale, sostituendo in pratica la parte affidata all’orchestra di archi (pur presenti come “tappeto” insieme al piano elettrico, in questa versione) alle voci. Se ne sarebbe potuto fare un 45 giri. Tra le reinterpretazioni “colte” di questa raccolta, “My love” è infatti quella che più si adatta alla denominazione di “canzone” e ne ha anche la durata…

  • “Il testamento del capitano” (Canto tradiz. Alpini)

Arriviamo, a chiusura della prima facciata (il mio riferimento è decisamente il disco in vinile…) con questo “momento” che in omaggio al “totale dileggio nei confronti delle regole del marketing discografico” (per dirla con Gino Castaldo), Mina inserisce come “canzone” in “Plurale”. Con estrema disinvoltura, senza introduzioni e note. Il pezzo fu usato, nel 2015 in occasione dell’inaugurazione della Piazza delle Pietre, all’interno del sacrario di Redipuglia. Fu la stessa voce di Mina, diffusa per l’occasione, a leggere alcune pagine di Carlo Emilio Gadda. Per il commovente “Testamento del capitano” 16 voci magistralmente accostate e “impastate” che regalano solennità e commozione, perfino senso eroico del Patriottismo, nonostante “la signora” non si distingua per le proprie origini modeste e di militanza…

  • “El porompompero” (J.Solano Ochaita Valerio)

Se “in punta di corde vocali” abbiamo assistito, compostamente in questa sorta di laboratorio dell’onda sonora all’osservazione misurata e contenuta dell’emissione e del controllo del volume, è in questo “Porompompero” che una cantante Gitana, con tutto “el su sangre y fuego interior” e la forza feroce e dolce dei suoi occhi e dei gesti si scatena in una interpretazione travolgente. “Esa mujer es però increibile…grabame…grabame por favor la cinta”, ebbe a dirmi il mio amico e collega di studi Josè Luis della provincia di Barcellona (Albacete), salutandomi dal treno in partenza per Milano, dove lo avrei raggiunto di lì a poco. “La canta como una Gitana”. Lo stesso affermò Gianni Boncompagni in una recensione dell’epoca: “…lo spirito flamenco o lo possiedi o non lo impari…”. Qui Mina sul verso finale “retumbaba el agua…” si lancia addirittura in una prova di fado a due voci che interrompe in apparente dolcezza il ritmo forsennato, per poi riprendere tra battimani, chitarre e cori. Il segreto di ogni interprete universale è di non avere un proprio idioma, ma di poter fare suo qualsiasi codice espressivo, a qualsiasi latitudine.

  • “Michelle” (John Lennon Paul Mc Cartney)

Il vero capolavoro, a mio avviso tra i capolavori, arriva col secondo pezzo della seconda facciata. Un quartetto vocale alle prese con le liriche dolci e suadenti di un cavallo di battaglia dei Beatles (già interpretato dalla nostra in apertura di una delle puntate dello show “Sabato sera” da lei condotto nel ’67, ma in versione italiana). Cinque minuti e mezzo di confidenza e modulazione. Presentata, con altre, ad una trasmissione dello show radiofonico “Gran varietà” ancor prima della distribuzione del disco (conduceva Johnny Dorelli), sovrastata a tratti da vociare e brusio dell’Auditorio “A” di via Asiago in Roma, accostai l’orecchio alla radio per la curiosità. Non una ma tante Mine, un filo conduttore che è il motivo, scomposto quattro volte, anticipato da un prologo “a cappella” come si direbbe oggi che introduce il corpo orchestrale, la solista e le comprimarie. Cinque minuti e mezzo di blues, l’atmosfera è talmente rarefatta e raccolta che feci l’immediato accostamento con lo strepitoso ottetto vocale “The swingle singers”, protagonisti di rivisitazioni in chiave jazzistica di brani classici: “Jazz Sebastian Bach” - (Aria sulla quarta corda). Mancava soltanto un bicchiere di cristallo con un “Negroni”. E a distanza di quarantuno anni quel Negroni, molto centellinato non l’ho ancora finito. Fu lo stesso Mc Cartney come narra Massimiliano in una intervista, a complimentarsi con un telegramma in cui definì senza mezzi termini questa, come la più bella versione di “Michelle”. “Peccato” che ne fosse “solo” l’autore e a suo tempo l’interprete! Il disco ottenne, nel 1977 il premio della critica Discografica italiana.

Aggiungo però una nota mia, riferendomi a errori di superficialità compiuti nel nome della “manomissione” più o meno gratuita. Nella versione “Digitally remastered” del cd “Plurale” questo pezzo compare menomato (gravemente) proprio di quel respiro iniziale delle quattro-cantanti-quattro che introducono il tema. Perché? Per “fare prima”?

  • “Pennsylvania 6-5000” (Jerry Gray Carl Sigman)

Rientriamo prepotentemente nell’area epica, in chiave festosa e acrobatica, come usava nelle incredibili esibizioni di “Boogie”, come questo, i cui autori Jerry Gray e Carl Sigman scrissero riferendosi all’hotel Pennsylvania, in New York, del quale, appunto, 6-5000 era il numero telefonico. Forte dei trascorsi televisivi, nella lunga collaborazione con Bruno Canfora, dagli esordi praticamente, al 1968, in cui con eclettismo e proprietà fu visitato nei memorabili spettacoli, tutto il mondo musicale occidentale (e non): Boogie Woogie, Fox Trot, Charleston, Jazz, Opera, Shake, Tango, Samba… Mina, con la guida di Ferrio, nei suoi ultimi due lavori televisivi (Teatro 10, 1972 e Milleluci, 1974), approfondisce l’approccio multistilistico. Di estrazione classica (era diplomato in violino), evidentemente ispirato dal tango (avendo sposato per di più una donna Argentina: l’Alba Arnova di cui si parlava), e naturalmente padrone di generi stilistici distanti fra loro, di cui dà chiara prova durante le otto puntate dell’ultimo show (radio, televisione, café chantant, avanspettacolo, rivista, cabaret, circo, operetta, commedia musicale, musical americano), il Maestro si muove con elegante padronanza anche in questo boogie. Complice il trillo autentico di un telefono (non esistevano suonerie “sintetiche” allora…) Mina “si fa in quattro” (in realtà l’andamento suggerisce la formazione vocale di trio) e cavalca il ritmo oscillante, tra vocalizzi, testo e autentiche urla, alla maniera delle ragazzine impazzite nelle “ballroom” dell’epoca. Assolutamente da brividi la “chiosa” vocale Mina contro Mina su un vocalizzo senza orchestra che precede la conclusione della canzone.

  • “Scettico blues” (Dino Rulli Tommaso De Filippis)

All’antico “dilemma” mai spiegato, se non evasivamente sul “ma perché non recita/balla anche?”, troviamo un parziale, ma esauriente chiarimento in questo brano. Attori e cantanti del Tabarin come Gino Franzi la interpretarono. Caratterizzandola e identificandola imprescindibilmente col proprio personaggio nell’epoca che ebbe in Ettore Petrolini il maggiore esponente. Fu riproposta in seguito in chiave parodistica da comici come Pino Caruso, Pippo Franco. Mina la “canta” con misura, sorriso, amarezza, ironia e pedante, comica serietà. E’ un brano del 1920, e in esso, in atmosfera decadente crepuscolare si legge tutto l’accoramento di un personaggio “sfigato” mi si passi il termine, che reagisce con cinismo e distacco ai dolori sentimentali della vita. “… un cencio ho qui, aveva il cuove un dì…” e non di errore ortografico, trattasi. La “evve moscia” aggiunta al recitato, che segue il saltellare stanco di clarini e struggenti violini è un “ingrediente” adottato in fase di interpretazione, che ci trasporta immediatamente nel mondo dei superficiali e gaudenti “Gagà”, tanto bene interpretati per esempio da Enrico Montesano nelle sue gag radiotelevisive. Un soggetto alla De Sica (Alessio Spano, il poeta) ne “Il segno di Venere” di Dino Risi, in cui, poeta squattrinato e idealista si fa amaramente da parte rispetto ad una società corrotta e superficiale (“…scettico e pevvevso, m’hanno fatto diventav…”) salvo poi accumulare debiti con la protagonista femminile, Franca Valeri-Cesira. C’è all’interno di questo saggio di recitazione cantata o canzone recitata, il cabaret, inconfondibili atmosfere teutoniche (“L’uovo del serpente” di Ingmar Bergman…), che evocano i fumi della sala semibuia disseminata di tavolini, e le firme, immancabili di Weill, Brecht, dicasi “Die Dreigroschenoper” (“L’opera da tre soldi”). Mina aveva interpretato in “Milleluci” sia la Ballata di Mackie Messer (Die moritat) che “Surabaja Johnny”, accompagnata dall’orchestra del medesimo Direttore. Ambiguità sessuale portata a poesia, che ci ricorda certi balletti in cui i personaggi, mostrando i due profili al cospetto del pubblico rivelavano un lato femminile incipriato e un lato maschile con frak. Ambiguità complessa da esibire, in campo femminile, in specie se trattasi di cantante popolare. Una donna che canta la canzone di un uomo dedicata a una donna (o più). Espediente che, se non accompagnato dalla dovuta “filosofia umana” e predisposizione istrionica al superamento delle “convenzioni”, rischia di divenire una “boutade” che strizza l’occhio a questioni di emancipazione e parità… del tutto avulse nel contesto di cui parliamo. Mina ci aveva offerto altri episodi analoghi, per esempio quel “Sei nata per essere adorata” proprio durante “Musica da sera” nel 1967, dedicata a Ferrio che la volle come ospite; in seguito, in quel “Live ’78” a Bussoladomani la trilogia “Giorgia on my mind - Angela - Margherita”. Un altro “mostro” purtroppo non più presente del nostro panorama aveva la peculiarità di affrontare con eleganza e poetica comicità il funambolismo “equivoco” fra i generi: Gabriella Ferri (“Dove sta Zazà”…o, ancora meglio “Malafemmena”).

Tornando a “Plurale”, è delizioso il vocalizzo bivocale in più parti del pezzo, in cui si ripropone con concisione e straordinaria limpidezza il motivo eseguito, in conclusione, dai clarini; cenno a parte merita poi la risata che segue “senza lusinghe pel mondo vamingo io vo…e me ne vido beffando il destino così…”, una specie di esalazione sfiancata, che esprime tutta la disillusione ammanierata di questo personaggio perso nella notte. Il vibrato si fa stretto, nelle parti corali, rispetto agli andamenti ben più ampi di cui Mina è dotata, aggiungendo stupore e comica sorpresa ai sentimenti di cui la canzone è pervasa. E scusate se è poco (…)

  • “Mood indigo” (Duke Ellington Irving Mills  Barney Bigard)

Non che mi sia sentito comunque “all’altezza” di parlare (a mio modo) di autori e arrangiatori semplicemente “enormi” di questo disco. In questo caso, tuttavia, lascio parlare l’”Entità” dell’autore: Duke Ellington. Per quanto le versioni circa l’origine del pezzo siano diverse. Riporto solo quella più curiosa, secondo cui “Mood indigo” fu scritta dall’autore “in quindici minuti, mentre sua madre cucinava”. Mills fu l’autore del testo, per la versione cantata. E’ un brano del 1930. Aggiungerei pochissime considerazioni. Non servono. E’ una specie di Gran finale, in cui nonostante la pacatezza dell’andamento, la ricchezza dei cori e delle fusioni, sovrapposizioni, trova l’espressione più completa; l’impeccabilità della miscela vocale non toglie miracolosamente nulla all’espressività della “grana” di questa voce, anzi, di ciascuna di queste voci, scongiurando ogni senso di “techno” oggi tanto in auge e che credo fosse l’antitesi di ciò che interprete e musicisti si prefissero.

Chiaroscuri vocali, vocalizzi “a braccetto” con sax e clarini, tra vibrati e note “piane”, il soirèe si conclude con un trionfo di atmosfera in cui le sordine, accostate al coro “Go long blue…” emettono le ultime note. Sembra di vedere un ricco sipario rosso che si chiude sulla performance e i bicchieri che tintinnano. Rimane solo una breve eco (il riverbero naturale di cui la Basilica-studio di registrazione era dotata!) che svanendo, lascia il posto al “gioviale” saluto a voce piena di tutte le “coriste”…

  • “Good evening friends!” Una specie di pennellata finale senza apparente funzione e che ci restituisce la dimensione di gioco con cui il gioco era, (apparentemente) iniziato.

Lo stile di una Tigre “in libertà” (vigilata dalla propria disciplina), non ha purtroppo fatto scuola. Almeno dall’irrilevante punto di vista di chi scrive. Se ho visto, in sessant’anni di vita (e di ascolto) più “nuove Piaf”, nuove “Vaughan” nuove “Caterina Valente”, combattere eroiche e cadere sul campo, stramazzare dimenticate di quanti piccioni abbia trovato in un pomeriggio di sole a piazza del Duomo. Se ho visto (come HO visto) più sopracciglia depilate, anelli al pollice e addirittura domicili eletti in Canton Ticino (con fondazione di etichetta discografica) di quanti fagioli ci siano nella minestra che mi accingo a consumare. Mina non è una cantante da imitare, il solo intento, dopo il primo approccio, ove venga concesso (e purtroppo viene usualmente concesso) scade nel grottesco, nell’improprio e predispone automaticamente al rimpianto. Di chi l’ha sentita. E vista davvero (anche se non ho potuto avere questo privilegio, dal vivo). Le “tre ottave”, di cui tanto si parla e si de-canta non sono solo “quantità”, ma spessore, colore. Dietro, appena dietro questo dono apparentemente dovuto a conformazione anatomica e elasticità di tessuti, c’è il campo del Mistero. Si chiama Interpretazione. Il pubblico Italiano è viziato, in tutti i campi, da personalità che hanno espresso l’unicità e l’universalità del nostro linguaggio culturale. Musica, Teatro, Design, da un certo punto di vista può non fare differenza. Per “definire” quest’interprete occorrono sociologi, esteti, filosofi, ovviamente musicisti, antropologi, storici… ma soprattutto semplici ascoltatori. Io indegnamente mi aggrego a quest’ultima categoria. La timbrica e la ricchezza di sfumature possono essere prodotte soltanto dall’immediatezza o da una semplice predisposizione “genuina” e quasi ingenua (“…buona la prima…”) ma la forza che impone un motivo apparentemente “comune” e lo fa diventare una sorta di inno proviene da tutte queste componenti insieme. “…cos’è dunque Mina? Siamo ancora una volta di fronte all’affermazione dell’intelligenza. Mina canta bene perché è intelligente”, scriveva Mino Guerini nelle note che accompagnavano “Quattro anni di successi”, il disco che concludeva la sua collaborazione con la Ri-fi records, pubblicato nel 1967.

Ho sentito la sua voce “umida” spontaneamente di un gran pianto (“Sognando”), o rutilante nella più liberatoria delle risate-in-studio (“Sacumdì sacumdà”), la sua voce “scorticata” dalla disperazione del tradimento per “gli occhi di quel bimbo, ditemi sono uguali ai suoi?” (“Fate piano”), oppure cantare “in punta di voce” (A song for you - Quasi come musica di Leon Russel) dosando sapientemente aria e vibrazione (privilegiando la prima) senza perdere un attimo, una sfumatura della possanza vocale e incisività esibita in pezzi “tuonanti” come per esempio “Se stasera sono qui” e l’ho sentita infine dire, splendida (perché Mina è anche bella) seduta su uno sgabello e con alle spalle Toots Thieleman “…me ne vado…” (“Non gioco più”) e andarsene sul serio perbacco! Tutto secondo una “regola” tecnica (prodigiosa) che finisce però, laddove inizia l’immedesimazione, quasi medianica, diremo, col personaggio. Non esiste una Mina canora dissociata dalla Mina donna, ecco perché ogni imitazione vocale è sconsigliabile e diviene immediatamente risibile, se non antipatica. La più grande delle balle, forse voluta, che l’ho sentita proferire risale a un’intervista rilasciata (l’ultima) nel 1978: “…la mia vita, quella vera, è un’altra, non sono le canzonette a riempirmela…”. Tant’è vero che il pubblico costituito da coloro-che-la-amano non ha mai bevuto il proclama del suo “ritiro” dovuto a “problemi di linea”. Abbiamo visto anche Mina enorme, pettinata alla meglio, intabarrata da drappi neri e informe in foto rubate. Ma al suonare delle prime note di ogni nuovo-disco successivo al “ritiro” abbiamo visto quello che abbiamo sempre voluto e potuto vedere: noi stessi in un mondo di armonia, di possibilità e voglio spingermi oltre: di felicità, capendo, chissà, nonostante lei stessa lungo la sua vita sia stata provata da momenti di grande gravità, di essere “costruiti” per questo.

Quanto a me, semmai questo “articolo” verrà pubblicato dalla benemerenza del nostro Claudio, mi accodo a un sì autorevole e rispettabile, nonché leggendario stuolo di Personalità in punta di penna, anzi, di tastiera, con una esortazione a tutte le “nuove Mine” e via dicendo a venire: non giudico ne stigmatizzo improbabili (e numerose) “Brava” al cui ascolto siamo stati costretti pazientemente, scricchiolanti e stridule “Grande grande grande”, vanamente imitative “Non gioco più”, ma dico: fintanto che nel panorama canoro Italiano non sorgerà una Cantante, in grado di dire quel “E sottolineo se” nel medesimo modo in cui lo fece la nostra, ogni tentativo di seppur lontano accostamento è totalmente vano. Almeno di fronte a noi che all’epoca di Studio uno (quello vero) e di “Plurale” c’eravamo. Come dire… la scarpina… per troppo forzare potrebbe finire in frantumi sul pavimento. E il Principe rimanere scapolo. Su chi sia il Principe poi…

 

   Grazie Maestro, Grazie Mina. Grazie.

 

  Francesco Paolo Di Falco

Articolo pubblicato il 31 luglio 2017

 

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