Catia Napoleone, I profumi del cedro, Demian Edizioni.

 Per leggere con acribia il testo di Catia Napoleone occorre, come da tutti riconosciuto, partire dal titolo I profumi del cedro: per gli ebrei il cedro è il simbolo del cuore dell’uomo e questo romanzo tocca le corde più intime di ogni cuore ed è “per te che non vuoi fuggire”.

È, questo, dunque, il romanzo del tempo, il tempo che passa, che scorre, inevitabile come un fiume, il tempo dell’anima, quasi una concezione agostiniana del passato-presente-futuro. 

Giulia, la protagonista, vive il tempo dell’eternità, quel tempo che parla attraverso il vento, che si esprime nel silenzio; il tempo, quello giusto, che cambia anche i giudizi e getta luce sul grigio di una polvere caduta su falsi trofei.

Si può fermare il tempo? Chiede Giulia al suo spirito guida, che risponde che lo si può fare solo con i ricordi. Nel tempo la protagonista vive la sua vita, forse si lascia vivere, ma sicuramente non si lascia scappare i suoi sogni, come affermato a p.15.

La vida es sueno, dice Calderon de la Barca, certi frutti sono come certi sogni, pensa Giulia, che se li fai una volta poi non ti scordi più ed ancora, come a p. 20, “Certi sogni nascono perfetti e sono così veri che quando ti svegli non credi di aver sognato. Sono perfetti come alcuni frutti degni di essere celebrati”.

Un romanzo filosofico, forse, nella sua essenza zetetico, ma sicuramente la storia di una solitudine, di una incapacità ontologica a scegliere, di un aut aut che si scatena solo di fronte a precise sollecitazioni.

Giulia, allora, vive questo tempo della solitudine come quello della bellezza, vive il tempo dell’amore come della felicità, ma emozioni e sentimenti per alcuni tratti non le appartengono.

Giulia sa bene che anche le lacrime possono accompagnare questo itinerarium, perché “piange chi ha il coraggio di mostrare agli altri i propri sentimenti” (p.31).

È un interrogarsi, un estraniarsi per ritrovarsi, un uscire da se stessi per poi tornare ad essere reali (e se il romanzo è filosofico predilige l’idealismo tedesco con Fichte piuttosto che Hegel).

Sempre e comunque alla ricerca della verità. Già, che cos’è la verità? Gli antichi, anagrammando l’interrogativo di Giovanni, trovavano un responso: est vir qui adest. La verità è sempre qualcuno, la verità è felicità, eudaimonia, per cui se le tue scelte le fanno gli altri non sei felice, anche se sono apparentemente perfette, come accade per Giulia.

Se sbagli, ma sei tu a sbagliare, l’errore è meno gravoso.

Questo vale anche per i sogni: i sogni, dice l’autrice, sono quelli che non ti tradiscono al risveglio.

Bisogna fare attenzione, però: “I fatti accadono e si susseguono uno dietro l’altro con un loro perché e noi, spesso, stiamo lì e rimaniamo inebetiti dinanzi a ciò che sembra seguire un filo logico” (p.136).

E per fortuna che c’è l’amore, c’è in questo strano cammino che è la vita, l’amore -dice Giulia- come ad un’armonia suprema, una cosa rara che non capita spesso.

Neppure noi crediamo all’amore come Giano bifronte, all’odi et amo che fa soffrire e gioire in una dialettica io-tu che se non è noi non ha, come insegna la protagonista, nessun senso, e per questo rarissima.

Giulia ci dice tutto questo, ci dice e ci indica il tempo della speranza e della gioia, della felicità e della libertà, pur nelle preziose pagine di questo romanzo di Catia Napoleone.

   Massimo Pasqualone

Articolo pubblicato il 9 aprile 2015