Segue

     Diede forma all’immaginazione, nonché una risposta alle mie paure solitarie e taciute di bambino che amava volare, anche semplicemente tacendo o guardando al di là di un campo, alla sera. E capii di avere ragione. Il tutto è contenuto in ciascun fotogramma della pellicola. Già dai titoli di testa. Già dal quadro in cui il professor Isak Borg, narrando i passi salienti della sua vita descrive se stesso come “un vecchio cocciuto e pedante”. Il resto lo fanno le tinte. Che non ci sono, perché ovviamente il film è in bianco e nero. Uno splendido bianco e nero, ma che mi parve pieno di innumerevoli sfumature. Che forse colsi solo io. Il televisore rimase “casualmente” acceso sullo scorrere delle immagini e la prima scena mi incollò come dovessi scrivere qualcosa che mi veniva dettato, al video, tra le espressioni di repulsione e di stupore, degli ospiti e dei miei. All’epoca, per dire, non mi veniva permesso di guardare classici dell’orrore come “Il fantasma Belfagor” di cui mi raccontavano puntualmente i miei piccoli compagni, ma questo saggio di introspezione, buono ad aprire vie di consapevolezza paralizzante, mi scorse invece davanti suggerendomi segreti di cui i miei compagni di visione non sono mai stati consapevoli. Il tutto, per “Francesco Paolo” in una sera del 1967, molto probabilmente, si espresse in quella sensazionale scena iniziale, vero esempio di ripresa interiore dove il regista in qualche minuto di sequenza riesce a toccare in maniera acre e angosciosa, corde credo mai più toccate da altri in un film di grande diffusione (premiato con l’Orso d’oro al festival di Berlino del 1958). La luce, lo spazio (il vuoto, diremmo), l’ambiente urbano, fatiscente e abbandonato, come le insegne, le serrande perentoriamente abbassate dei negozi, o le finestre chiuse da assi di legno inchiodate, ma soprattutto…il tempo. Questo subliminale elemento crea la sua sospensione estenuante nel lento procedere del professor Borg, in una via spettrale di “una città” completamente disabitata, scena di un suo sogno, avuto alla vigilia della sua partenza per la città di Lund ove si recherà da Stoccolma per ricevere una onorificienza alla sua carriera di scienziato. Lo ricordo perfettamente: ero immobile; piccoli frammenti di verità mai espressa mi arrivavano attraverso immagini immote ed enigmatiche. L’apice dell’angoscia, frammista a mistero, si produce però con l’arrivo di una carrozza, caricata di un feretro, priva di cocchiere e trainata da due cavalli che nel loro procedere incerto, la portano a incastrarsi, urtando con una delle ruote un lampione. Nel tentativo di liberare il traino, i cavalli tirando ripetutamente causano il distacco della ruota. Il resto lo si può immaginare. Il carro si inclina paurosamente, la bara scivola rumorosamente a terra e rimane sull’asfalto, socchiusa. Dovrei aggiungere considerazioni personali su ciò che la visione di quell’apertura (da cui spunta la mano del cadavere…) causò. Zeffirelli direbbe “lo squarciarsi di veli secolari”. Per me fu la visione libera e priva di compromessi e ipocrisie, dell’aldilà, descritto come tenebra, solitudine, freddo, oblio, sepoltura, profondità. Improvvisamente…alla luce. La mano che spunta, all’avvicinarsi (incauto) del professore appartiene a un alter ego. Niente più che se stesso che afferra la mano del visitatore, e lo trae a se concitatamente, causando…il risveglio del sognante. Attraverso la trattazione sfrontata, pratica e brutale di ciò che nelle visite ai cimiteri mi era stato sempre presentato carico di orpelli e infiorescenze, cornici, fiori e sbavature di cera causandomi una curiosità che definire ossessiva non è poi così esagerato, fui come liberato in un attimo, per lo meno davanti a me stesso da un enigma cui credevo di essere esposto solo io, nel pormi pur nella mia verde età, domande cupe circa l’aldilà, il dopo e il “come”. Ho amato Bergman in maniera speciale. Rappresenta per me una preziosa, irripetibile faccia appartenente a un complesso poliedro la cui varietà si compone di nomi, che insieme costituiscono la sfera osservativa e analitica che mi ha fatto attento e addirittura devoto, in qualche modo; gratitudine e riconoscenza che esprimo ai “portatori” di ciascuna delle altre facce del solido, che elencare sarebbe lungo. Uno per tutti, o forse due: Federico Fellini e Alfred Hitchock. Bergman fu lo scienziato inclemente dell’interiorità più nascosta e la singolarità non sta nel trattare il “fatto”, ma nel “liquefarlo” per trovare secondo uno spirito e una modalità di osservazione che può far male, tanto è intensa e, diremmo, spietata, la parte che meno di altre offre appigli alla logica e che sia viceversa più appetibile per il lobo cerebrale destro, deputato all’emozionalità; in lui è continuamente scandagliata altresì una profondità dell’animo in cui sconcerto, orrore, soavità, poesia e sconcezza sembrano a tratti alterni convivere. Questo, come bambino, mi piacque. Mi avevano raccontato la favola di Barbablù, ma nessuno era sceso nel particolare raccapricciante della modalità cruenta con la quale faceva fuori le proprie consorti. Ingmar Bergman lo fa, esponendoci alla visione sconcertante dell’interno della “morte” rovesciata in una strada qualunque di una non-città, con l’insegna dell’ottico che dondola, cigolante e il famoso orologio senza lancette appeso su una vetrina. Orologio che, come presagio illuminante, il nostro ritroverà il giorno successivo, nella scatola delle memorie, mostratagli dalla propria madre, presso la cui casa si ferma nel recarsi a Lund.

Il tempo, la memoria, il ricordo e l’analisi lavorano di pari passo, dopo la grande apprensione orrorosa dei primi minuti di visione (la scena iniziale), accompagnandoci con Isak Borg nel suo viaggio in auto verso Lund, in compagnia della nuora (Ingrid Thulin), con cui intrattiene una conversazione dai toni franchi e pratici, su argomenti quali la vecchiaia, l’amore, l’egoismo, che hanno attraversato i loro rapporti e i rapporti di quest’ultima col marito Evald (Gunnar Bjornstrad) con cui vive una crisi. La casa dell’infanzia del professore appare abbandonata, in una sosta fatta durante il viaggio per illustrare alla giovane donna i tratti di una gioventù all’interno di un “Gruppo di famiglia” dell’inizio del secolo, fatto di passioni sottaciute, piccoli omaggi di fragole, rovesciate a terra durante la raccolta, dalla nipote del vecchio zio di cui si festeggia l’onomastico, sotto gli assalti e le avance di un cugino ardito e impudente. Legami antichi presenze ritrovate in una lanterna illusoria irresistibile tra le cui nitide proiezioni non mancano le gemelline, vestite in pieno stile “1903” marinaretto con tanto di solino; esse parlano e pensano all’unisono, continuamente messe a tacere dalla petulante matriarca che tutti apostrofa nel loro stare a tavola. Il tutto in un clima di lacca bianca dell’arredo nella casa nel bosco, in riva al lago, l’immancabile orologio a pendolo, lacrime per rivelazioni di corteggiamenti, cori e amarezza, oblìo e nostalgia. Isak Borg osserva incantato lo scorrere delle immagini steso nell’erba proprio presso il “posto delle fragole” non lontano da casa, che dà il titolo al lavoro. Interagisce in silenzio con le dinamiche dei personaggi tra i quali egli stesso è solo nominato. Depositario dell’amore di quella Sara, sua cugina (Bibi Andersson) che viene invece molestata mentre è intenta appunto a cogliere le fragole. Scene girate, come ho avuto modo di sapere documentandomi, in condizioni di luce le più improbabili, con attese di albe e in precisi istanti crepuscolari di tramonti nordici, che conferiscono al tutto la dimensione spaziale e interiore di sospensione. Non vi è tempo, in una parola, e nell’interazione fra passato (apparente) e presente (inconsistente) si delinea con disorientante precisione la principale componente dell’inconsapevolezza umana riguardo a logica e criterio. L’esistere fatto di forme, per di più in bianco e nero, come si diceva, da cui si ricava un senso semmai solo nei puntini di sospensione posti fra un quadro e l’altro. La vita non è evidentemente sottoponibile a giudizio, non in questo contesto di ipnosi illuminante e insieme fatta di una sublime, quasi liberatoria, apparente sconclusionatezza.

 

     Francesco Paolo Di Falco

Articolo pubblicato il 12 gennaio 2017

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