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   Inoltre, propone un'esperienza d'approfondimento consistente nella lettura o rilettura del libro, “Petrolio”, purtroppo ultima fatica pasoliniana, pubblicato da Einaudi nel 1992 e da Mondadori nel 1998 che, nell'ambito della curatissima edizione speciale per Corriere della sera di tutti gli scritti pasoliniani, lo offre nuovamente all'attenzione (RCS Media Group, 2015, Vol. n° 10). Testo di ardua comprensione, tuttavia capace di accompagnare adulti e giovani verso quell'autentica maturità del vivere che è sconvolgimento irreversibile delle più sedimentate e recondite convinzioni individuali sulla società italiana nell'attuale complicatissimo scenario d'una globalizzazione che esige i suoi morti, le sue guerre, le sue devastazioni ambientali, le sue discriminazioni, come cifra, apparentemente immodificabile, dell'umanità storicamente determinata nella formazione economico-sociale capitalista.

Nell’intervista di Luisella Re del 1 Gennaio 1975, Pier Paolo Pasolini di “Petrolio” dice: “Ho iniziato un libro che mi impegnerà per anni, forse per il resto della mia vita. Non voglio parlarne, però basti sapere che è una specie di ‘summa’ di tutte le mie esperienze, di tutte le mie memorie”. Riferendosi all'opera che stava sviluppando, a Paolo Volponi, amico e scrittore (autore, tra l'altro, de “Le mosche del capitale”, Einaudi, 1989; potremmo definirlo un docu-romanzo sul mondo dell'industria italiana, della finanza e del potere, con il quale Volponi ha lasciato il suo testamento narrativo), Pasolini scrive: “Il racconto è la fedele rappresentazione della sviscerata crisi della Repubblica e della società, con il petrolio sullo sfondo come grande protagonista della divisione internazionale del lavoro, del mondo del capitale che è quello che determina poi questa crisi, le nostre sofferenze, le nostre immaturità, le nostre debolezze, e insieme le condizioni di sudditanza della nostra borghesia, del nostro presuntuoso neocapitalismo”. Dell'opera incompiuta pasoliniana, è stato pubblicato un frammento di seicento pagine la cui prima bozza della trama risale al 1972. L’opera, in ogni caso, trova proprio nell’incompiutezza una delle sue caratteristiche, tanto che essa si presenta “sotto forma di edizione critica di un testo inedito”, una sorta di ulteriore salutare provocazione culturale per la società civile ed intellettualità diffusa, non solo italiane, troppo conformiste ed inclini alla subordinazione esistenziale al potere vigente, alla vigilia di un movimento di rivolta che, alla fine degli anni '70 del Novecento, trova l'espressione sincera e residuale, al tempo stesso, di un dilagante disagio sociale, movimento giovanile e proletario inconsapevolmente pasoliniano, ancora una volta inascoltato,  represso e/o anestetizzato. Impegnando tutte le sue energie, Pasolini intendeva battere una strada nuova nell'interventismo culturale inventando, piuttosto che fondendo stili letterari diversi, il linguaggio del docu-romanzo alimentato da una ben percepibile ansia di partecipazione e di denuncia che si coglie nelle parole d'una lettera ad Alberto Moravia: “ … mi riuscirebbe molto faticoso ricominciare da capo ...”. Infatti, il carattere volutamente frammentario e disorganico è più volte descritto da Pasolini, all’interno dello stesso “Petrolio”, come un esplicito e lucido tentativo di “fare una forma”, instituendola in corpore vili, ovvero all’interno dello stesso testo, e di creare un nuovo romanzo, non più a “schiodinata”, ma “a brulichio”, ovvero tramite la progressiva accumulazione e stratificazione di materiale, tanto è stata l'attenzione pasoliniana al presente per far sì che esso potesse dotarsi d'una alternativa. Guardare dentro l’immanenza, esplorarla senza riserve ed il protagonismo critico-pratico sono le azioni che si amalgamano nella scrittura di Pasolini rispondendo all'esigenza di non “sparire” nella classica funzione di narratore esterno ben consolidata nella letteratura precedente, e di permanere all’interno del docu-romanzo come una presenza che guida il lettore nel suo percorso, gli spiega il significato di certe sue scelte narrative codificate nella lingua della saggistica e del giornalismo.

Come è stato osservato, “Pasolini, con una penna violentemente espressionista, dipinge una realtà hegelianamente dinamica, in automovimento, sintesi di opposti che trapassano continuamente l’uno nell’altro, in virtù della loro coincidenza, in cui niente è senza il suo contrario” (Marco Michelutti); “Petrolio è un’opera totalizzante, paradossalmente illimitata nella sua (non) forzata limitatezza. Essa è la descrizione di una società e della sua logica. È la storia di un individuo, di molti. È creazione, prodotto dell’arte di Pasolini. È il suo testamento, l’espressione ultima di una intera carriera, il suo ultimo respiro, brutalmente spezzato. Ma non solo. Petrolio è Pasolini” (autore citato). È vero che evocando oggi “Petrolio”, non si può liquidare l'esigenza d'una nuova stagione di elaborazione delle idee e della loro traduzione in prassi d'emancipazione come velleitarismo intellettualistico; il libro in questione fa entrare l'inquietudine nelle coscienze pronte a divincolarsi dal giogo dell'omologazione e dell'ignavia. È l’insieme delle morti che hanno come movente l’oro nero che interroga ancora oggi. Nel 2003 lo scriveva già il magistrato Vincenzo Calia nella “Richiesta d’archiviazione del caso Mattei”, citando appunto “Petrolio”. In quel docu-romanzo incompiuto, che mescola l’allegoria erotica con i riferimenti alla storia e all’attualità politico-economica, l’autore arriva alle stesse conclusioni a cui venticinque anni dopo sarebbe giunto Calia dopo la sua lunga indagine. Pasolini lo scrive in uno schema riassuntivo intitolato Appunti 20-30. Storia del petrolio e retroscena: «In questo preciso momento storico (I Blocco politico) Troya (!) sta per essere fatto presidente dell’Eni: e ciò implica la soppressione del suo predecessore (caso Mattei, cronologicamente spostato in avanti)». Troya è il nome che nella finzione lo scrittore attribuisce a Eugenio Cefis. Era quanto aveva rivelato, peraltro, un misterioso libro firmato con lo pseudonimo Giorgio Steimetz e intitolato Questo è Cefis. Il libro, richiamato nel film “La macchinazione” di David Grieco, uscito nel 1972 per l’Agenzia Milano Informazioni di Corrado Ragozzino, racconta la spregiudicata avventura di un capitano d’industria tra pubblico e privato, tra Stato e centri di potere occulto. L’Agenzia era finanziata dal democristiano Graziano Verzotto, della corrente rumoriana, braccio destro siciliano di Mattei e informatore segreto di Mauro De Mauro, il giornalista de «L’Ora» di Palermo ucciso nel 1970 mentre indagava sul caso Mattei, arrivando più meno alle stesse conclusioni riguardo alla responsabilità di Cefis.

Ebbene, in “Petrolio” si parla del nuovo potere che agisce sugli individui in forme capillari, non solo a livello mentale, attraverso imposizione di modelli, e che raggiunge anche i loro corpi. Espedienti narrativi sono il sesso, il potere, la frantumazione dell’Io, l'ultima forma di borghesizzazione, certo, e vari altri motivi si intersecano in un gioco di scambi e rimandi in quella che è la vera e propria trama dell’opera. Si parla della banalità del potere, quella che agisce attraverso la «collusione» innocente (dove “innocente” sta per “nascosto alla coscienza”) degli individui, degli intellettuali, persino dei letterati, nel loro desiderio di emersione dall'anonimato e dalla scarsità di denaro poiché non si può scalare la società se si mantiene una certa integrità. Si parla della società italiana e delle radicali alternative da inventare.

 

   Scheda a cura di Giovanni Dursi

Contributo pubblicato il 25 luglio 2016.

 

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