È certo che l’uomo contemporaneo è al centro della pluridecennale ricerca del prof. Marganelli, un’istituzione peligna che osserva, sviscera, si immedesima e prova a combattere sulla tela i nuovi miti, dopo aver attenzionato Apollo e Dafne, Hera, Demetra, dopo aver assimilato le pagine più emozionali dell’Inferno e della Divina Commedia, per un’arte coltissima, nella quale la citazione si fa elemento unificante di un modus di vedere la realtà, la vita, gli attimi.

L’ispirazione ovidiana ad esempio è talmente plastica da portare a far riflettere l’artista sul soggetto tratto dalle Metamorfosi, straordinaria fonte di ispirazione per artisti e poeti: Apollo si vanta di saper usare come nessun altro l'arco e le frecce, meritandosi così la punizione di Cupido, che lo colpisce con uno dei suoi dardi facendolo innamorare della bella ninfa Dafne, la quale però aveva consacrato la sua vita a Artemide e alla caccia.

Come sappiamo, l'amore di Apollo è irrefrenabile, perciò Dafne chiede aiuto al padre Penéo, dio dei boschi, il quale per impedire ai due di congiungersi la trasforma in un albero di Alloro, che da quel momento diventerà sacro per Apollo.

Il tema viene da Fausto Marganelli reso con una modernità direi unica, captando dal mito gli elementi che diventano di straordinaria attualità, perché, direbbe il distico posto alla  base della statua del Bernini, dedicata allo stesso passo del testo ovidiano e  composto da Maffeo Barberini,

 

« Quisquis amans sequitur fugitivae gaudia formae
fronde manus implet baccas seu carpit amaras »

che tradotto in italiano suona così:

« Chi amando insegue le gioie della bellezza fugace
riempie la mano di fronde e coglie bacche amare »

 

 

nella comune consapevolezza che nell'inseguire la bellezza si è vani.

Già: la bellezza, osservata da Marganelli in tutti i suoi aspetti, con quella capacità persino di dare al triangolo un dinamismo inusuale, mai dimentico che le figure geometriche hanno sempre e comunque una simbologia intensa.

Dal mito alla società meccanica, direi liquida, dove l’uomo perde i suoi riferimenti e non solo valoriali: Marganelli, in questo contesto, fa sua la nota affermazione di Emile Durkeim che, nel notissimo Le regole del metodo sociologico, afferma: "La società non è una semplice somma di individui; al contrario, il sistema formato dalla loro associazione rappresenta una realtà specifica dotata di caratteri propri. Indubbiamente nulla di collettivo può prodursi se non sono date le coscienze particolari: ma questa condizione necessaria non è sufficiente. Occorre pure che queste coscienze siano associate e combinate in una certa maniera; da questa combinazione risulta la vita sociale, e di conseguenza è questa che la spiega. Aggregandosi, penetrandosi, fondendosi, le anime individuali danno vita ad un essere (psichico, se vogliamo) che però costituisce un’individualità psichica di nuovo genere".

Marganelli è dunque preoccupato dalla deriva della società, anzi dalle derive e fa sua la sintesi operata recentemente da Umberto Eco: “Con la crisi del concetto di comunità emerge un individualismo sfrenato, dove nessuno è più compagno di strada ma antagonista di ciascuno, da cui guardarsi. Questo “soggettivismo” ha minato le basi della modernità, l’ha resa fragile, da cui una situazione in cui, mancando ogni punto di riferimento, tutto si dissolve in una sorta di liquidità. Si perde la certezza del diritto (la magistratura è sentita come nemica) e le uniche soluzioni per l’individuo senza punti di riferimento sono da un lato l’apparire a tutti costi, l’apparire come valore (fenomeni di cui mi sono sovente occupato nelle “Bustine”) e il consumismo. Però si tratta di un consumismo che non mira al possesso di oggetti di desiderio in cui appagarsi, ma che li rende subito obsoleti, e il singolo passa da un consumo all’altro in una sorta di bulimia senza scopo (il nuovo telefonino ci dà pochissimo rispetto al vecchio, ma il vecchio va rottamato per partecipare a quest’orgia del desiderio).”

Ed a questo punto nasce l’attenzione per le grandi pagine dell’Inferno, per quel canto terzo, per il Conte Ugolino, forse icona della società meccanizzata e liquida, metafora unica e straordinaria, perchéCaos  "poscia, più che 'l dolor, poté il digiuno".

 

   Massimo Pasqualone.

Articolo pubblicato il 31 marzo 2016

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