Segue 

    

   Informazioni inutili, come tracciare una biografia del personaggio cui diede vita e della persona che fu. Mi servirò dei racconti di un mio amico romano che riferiva delle sassaiole da bambini “sur ponte de Testaccio”, “Trestevere vs. Testaccio”, appunto, si direbbe oggi, nella smania frenetica di chiamare tutto in Inglese prima che l’onda ci sommerga… ”Na gran fìa de na mignotta” diceva affettuosamente Giancarlo, raccontando come Gabriella, della fazione opposta alla sua, si riempisse le tasche di pietre. “Va ‘mmorì ‘mmazzato!!!”. E questa è Gabriella Ferri, quella che in qualche modo conta e che ritroviamo nelle sue canzoni; quel ponte del resto fu teatro della scena conclusiva di “Accattone”, di Pasolini dove Franco Citti, steso sull’asfalto dopo una caduta con la moto esala l’ultimo respiro e proprio Pier Paolo Pasolini aveva scritto un pezzo di potente popolanità, inciso già da Laura Betti: “Il valzer della toppa”, che Gabriella riprese facendone l’introduzione di “Sempre”, l’album inciso nel 1973. E’ una prostituta, che parla “…e poi so vecchia…c’ho trent’anni…er monno ancora ‘ll’hai da guardà”. La toppa è la sbronza che la signora prende e che le fa vedere “le fronne”, “l’arberi”, “li ‘bbari”, “le lusci de Testaccio” come cosa mirabile e mai vista. Sorvolo sui possibili commenti di una interpretazione a metà tra l’immedesimazione e la narrazione addirittura colta. Come colto è il folk che Gabriella propone, fin dai suoi esordi (con Luisa De Sanctis, figlia di Giuseppe, regista di “Riso amaro”) . Negli anni “ruggenti” tra il 1970 e l’’80 si assisté infatti a un sorgere commerciale (e clamoroso) della musica folkloristica, portata alla ribalta anche da cantanti che avevano precedentemente conosciuto la dimensione pop, (la Berti, la Cinquetti, la Colli). Un esempio è senz’altro l’Orchestra Spettacolo di Raoul Casadei (“Ciao mare”). Questo è un fenomeno diverso, perché questo non è un fenomeno. Incontravo spesso la signora, nelle vie attorno a Campo de’ Fiori, dove elesse il suo domicilio, in un attico che domina la piazza, proprio “in faccia” alla statua di Giordano Bruno. Eravamo già negli anni ‘90 e di lei si parlava pochissimo. Si avvicinò alla vetrina di un negozio dove mi trovavo, e non feci in tempo a fermarla e baciarle la mano. La saluto adesso. Me la ritrovai di fronte casa, fu invitata qui nella periferia delle periferie, era il 1977 e la Rai aveva appena ritrasmesso i suoi show. In vacanza a Francavilla fu ospite d’onore in un localino di bocce e arrosticini. Arrivò tardi, una tuta salopette in tela indiana, chiara con le coulisse alle caviglie e un paio di sandali in legno, dal tacco infinito, mi parve imponente. Non volli spingermi fino al tampinamento, mi bastò guardarla dalla finestra della casetta, a capotavola, gli occhi bistrati, i capelli cortissimi. Senza soluzione di continuità tra “Ciccio formaggio”, “La pansè”, “Rosamunda”, “Dove sta Zazà” (che trasformò in due “hit” lungamente in testa alle classifiche di vendita), “Vecchia Roma”, l’irresistibile “A casciaforte”, ma anche ”Il tuo bacio è come un Rock”, “Malaguena”, “Cielito lindo”, “La paloma” fino ad una enigmatica, stralunata rivisitazione della “Serenata al chiaro di luna” di Beethoven rivista in chiave di ode dialettale notturna, Gabriella diede un’immagine di se stessa completa e indecifrabile, ma precisissima. Senza soluzione di continuità, ancora, fra il Sudamerica, Napoli, Buscaglione, Roma, Celentano, l’avanspettacolo, il cabaret e il rythm and blues (“Se tu ragazzo mio”, presentata in coppia con Stevie Wonder a Sanremo del 1969) parlò di musica demolendo quella linea convenzionale che apparentemente divide le culture, creando una miscellanea tonale, fra la matrice latina, con rette di congiunzione transoceaniche, transmediterranee. E’ ciò cui si assiste, senza tante digressioni da dopo-Sanremo quando un artista di calibro completamente singolare, non ha bisogno di configurazioni denominative per trovare posto nella ribalta. Gabriella Ferri non ebbe mercato, ma ne inventò uno suo. La sua apparizione durante la sesta puntata di “Teatro 10”, edizione 1972, la vede, in nero, coccolare il pubblico del teatro Delle Vittorie che tra “Sora Menica” e “Chitarra Romana” saluta calorosamente se stesso, durante una serata di gala animata da una perfetta popolana dialettale, accostata alla Rodriguez (Amalia, non Belen!), i balletti di Felix Blaska, Elisabetta Terabust, Astor Piazzolla, Pino Caruso, Franca Valeri, i Bee Gees, Erroll Garner, Nuerejev e Mina, anche lei, ci mancherebbe. Mina cui l’anno dopo, dopo l’enorme successo televisivo di “Dove sta Zazà” e il suo esordio a La Bussola, di Marina di Pietrasanta, che costituiva un po’, il “vajolo” cui venivi sottoposto per entrare nel novero dei grandi, tributò un gentile omaggio, in un’intervista riferendo di aver ricevuto una sua telefonata, dopo il suo spettacolo sul palco che in qualche modo proprio lei aveva contribuito a rendere leggendario e che aveva lasciato l’anno precedente, per non farvi più ritorno. La sigla finale di “Dove sta Zazà” fu “Sempre” un altro best seller e che lei interpretava dal vivo ovviamente, in un primo piano (la trasmissione fu registrata a colori, nonostante fossimo ancora, e per fortuna, in piena epoca bianco e nero…la “vecchia tv”). “Sempre” è il paradigma cabarettistico in cui, su note di borgata, Gabriella, gli autori, il regista (chi se non Antonello Falqui?) coagulano la classe, lo struggimento, la nostalgia, la poesia della decadenza (il riferimento a Petrolini fu sempre evidente), in un saggio di raffinatezza che potremmo sfidare chiunque a “collocare” in una “corrente”. Sono a tutt’oggi, fra i fortunati e illuminati, inebetiti spettatori che alla vista delle registrazioni, perdono il telecomando di mano e non se ne accorgono, imbalsamati in un sorriso beato e trascendente… io si. Nel ‘75 seguì “Mazzabubù” anch’esso con la firma dei medesimi autori e regista (Castellacci, Pingitore, Falqui) nello Studio uno di via Teulada, allestito come sala di Cabaret, fra pennacchi di fumo, luci soffuse e un corridoio a croce, in cui la nostra, con Pippo Franco e gli ospiti, si muoveva fra i presenti “complici” e plaudenti. Arriva “Malafemmena”, tributo al Principe, che Gabriella interpreta nel più trasognato abbandono stilistico che ignora le formule. E qui diventa davvero impossibile distinguere lo stornello, la sua bombetta, il cosiddetto pop e la vocalità da consumata rocker che rapisce e tramortisce. Stornelli un corno, diremmo, la forza del provincialismo borgataro, che assurge ai valori globali senza bisogno di Broadway o Liverpool, ed è il segreto di tanta cultura nostrana. Puntualmente contraffatta. Momenti cinematografici di indicibile poesia umoristico-struggente. Falqui propone: per “Ciccio formaggio” l’ambientazione in una discarica di materiale plastico nella campagna Romana, per “Dove sta Zazà” la figura della Ferri sullo sfondo sconfinato degli spazi vuoti e ferroviari dello scalo di San Lorenzo e della erigenda “sopraelevata” che va da San Giovanni al Nomentano, per “Maruzzella” il cammino senza mèta della nostra “guitta” sulla battigia del litorale, sullo sfondo di schiuma, barche verniciate di fresco e pescatori di telline. Per “Casetta de Trastevere” una spenta periferia Romana irta di palazzine in spazi verdi punteggiati di rifiuti (anche un w.c. buttato tra l’erba), scorre alle spalle di Gabriella. “Il tuo bacio è come un rock” girato in un diurno interno, al centro di un ring, nel Palazzetto dello sport dell’Eur e lei che finge un match di pugilato da “knock out”; per “Vecchia Roma” sceglie infine il teatro popolare del mercatino di via Sannio, con la vista della sommità del Laterano e lei che si muove fra stole, volpi, boa, caschi motociclistici e edizioni dei propri dischi su banconi, con la sua foto. Bella? Più che bella, come gli artisti senza volto. Una dentatura perfetta, un profilo da medaglione, la capigliatura curatissima, bionda, il naso importante e gli occhi che emergono ora tristi, ora disperati, ora strafottenti dal pesantissimo trucco che donava a pochissime. L’abbigliamento con abiti che parevano sempre imprestati e lo stile aristocratico casuale, con grandi scialli, grandi monili, l’immancabile sigaretta e l’espressione che fu sempre consapevole, non so perché della caducità della popolarità e della “sola” del successo…che infatti non fece mai nulla per prolungare oltre quei brevi, favolosi anni. “E cammina” fu la sigla finale del suo commiato: “Mazzabubù”. Una valigia di cartone e la canzone, metà recitata metà cantata. Un carrello che arriva scivolando da una prospettiva inesistente lungo un binario morto e un violinista che la accompagna verso un punto che non sapremo mai qual è…

 

   Francesco Paolo Di Falco

 

 

  

 

 

   P.s. 3 Aprile 2004.

Lieto di aver scelto una rosa gialla per te, e essermi messo in cammino senza preavviso e programma, lungo l’autostrada, e averti ritrovato nella sala della Protomoteca, in Campidoglio. Ho donato la rosa a tuo figlio dicendogli: “Tua madre è una leggenda”. E’ un modo per ritenere di aver fissato un appuntamento con te. Ciao

 

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Periscopio, per un punto di vista "altro".

 

      … questa volta il nostro amico Francesco Paolo Di falco ci parlerà di  ...

Gabriella Ferri, chi sennò?

      “Sempre” -  Una rosa per Gabriella 

       

      (Francesco Paolo Di Falco, 24 febbraioi 2018).

    

 

 

 Questo non è un “articolo”, nè un “contributo”, Claudio non mi ha mai proposto di scrivere per destinazionearte.it . A me non piace la musica e non sono nemmeno Paolo. Per la prima volta accostandomi ad un argomento, da me arbitrariamente scelto, mi sento come impreparato ad affrontarlo, fuori luogo nel parlarne. Gabriella Ferri, classe 1942, Roma.

 

 

 

 

 

 

 

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SCHIAVA DEL MALE

 

Mi hanno legato i polsi così forte

da farmi piangere in silenzio.

Se avessi gridato,

mi avrebbero bruciato i seni

mi hanno detto.

Ho il volto coperto,

sento solo i loro passi

e le loro risate assurde.

Ogni tanto mi sento toccare ovunque.

Si divertono... loro.

Io invece...

sono solo una schiava del male.

 

ANFORA

 

Baciata dal sole

e riscaldata da una distesa di sabbia,

verso in un’anfora:

gocce di saggezza,

suoni sublimi,

immagini variopinte

e parole sfumate nel vento dell’oceano.

Ma il cuore,

quello voglio trattenerlo.

E’ solo mio e di chi lo prenderà.

 

Inoltre collabora come redattrice con una sua sezione “Lo Specchio Della Mia Anima” per il Tutto Sport Taranto e Taranto Eventi. Membro dell’Associazione Culturale Riflessi D’Arte di Martina Franca. Relatrice, giurata, curatrice, attrice teatrale, comparsa generica nel film “LA VITA PROMESSA” di Ricky Tognazzi.

Che dire ha tanto da dare e tanto da scoprire.

 

I DESIDERI CHE VOLANO

 

Ho tinto i miei desideri

con acqua di pozzanghera.

Li ho lasciati lì,

al centro del mondo

senza nemmeno guardarli.

Ho voltato loro le spalle,

perché è così che dovevo fare.

Ma un giorno…

un giorno ho deciso di riprenderli.

Li ho trattenuti un po’ nelle mani

e poi pian piano…

li ho fatti tutti volare.

 

 

13 febbraio 2018

 

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Riceviamo dal Dott. Massimo Pasqualone

e volentieri pubblichiamo

l'articolo che segue su Pasquina Filomena. 

  

 

  

Pasquina Filomena nasce e vive a Martina Franca, ha avuto fin da bambina la passione di scrivere, questo le ha permesso di guardarsi dentro, ed elaborare le sue sconfitte, i suoi dolori, le sue gioie. Oggi è felice di condividere le sue emozioni con tutti, dando voce alla sua anima. Leggendo le poesie di Pasquina si rimane coinvolti dai suoi stati d’animo, crede nella vita e riesce a combattere le avversità con tutta la sua solare dolcezza. Nonostante sia impegnata come madre e moglie, continua ad evocare le sue emozioni attraverso i suoi scritti. A luglio 2011, ha pubblicato la sua prima opera “LA MIA STORIA” un romanzo autobiografico, la sua voglia di continuare senza arrendersi mai. A novembre 2017, la sua prima Silloge poetica “SUSSURRI D’ AUTORE”. E’ arrivata tra i primi vincitori in diversi concorsi e le sue poesie sono state inserite in varie antologie e riviste anche internazionali.

Ultimamente le sono stati conferiti il Premio Onu per la Pace con la lirica “Schiava del male” e il Premio Magna Grecia 2018 con “Anfora”

 

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Eravamo arrivati con l'aereo a Montreal e mi sentivo già stanca, sette ore di aereo, senza fumare, poi in coda per il ritiro dei bagagli e poi ancora il controllo dei passaporti e il viaggio in taxi fino all'hotel e subito il rdv con gli amici francesi che ci aspettavano...

Il jet lang, ovvero lo stress da fuso orario differente mi stava causando non pochi problemi, mi sentivo assonnata, malferma sui miei passi come se avessi bevuto, volevo andare a dormire e non ero assolutamente d'accordo con mio marito il quale invece sosteneva che era meglio abituarsi subito al nuovo orario, perché ciò avrebbe permesso di affrontare più velocemente il cambiamento.

A distanza di anni, da casa, rivedo la registrazione che abbiamo fatto con la telecamera e sorrido guardando quella bella signora inesperta e capricciosa.

Mentre osservo il dipanarsi del filmato i ricordi si accavallano alle immagini come se si sovrapponessero momenti differenti.

Le varie sequenze inaspettatamente mi riportano su luoghi che avevo dimenticato: lo shopping all'Eaton's centre a Toronto, (considerato uno tra  i più grandi centri commerciali al mondo)  lo sbucare furtivo di uno scoiattolo lungo un viale alberato, il magnifico interno di una chiesa, insieme alla vibrante musica d'organo che vi si ascolta, quindi la National Canadian Tower, il più alto edificio al mondo, dalla cui terrazza si assiste ad un panorama davvero mozzafiato.

Canadian National Tower.

Sorrido rivedendomi alle prese con un enorme astice. In cima alla torre infatti c'è una sfera girevole dalla quale si gode una spettacolosa visuale del lago Ontario, e ci sono anche alcune boutique e un ristorante: io sembro molto impegnata a gustarmi il crostaceo!

Il video che sto rivedendo si svolge per circa tre ore, (ci sono la bellezza di due dvd) , e mi ritrovo a Wendake, vicino al Quèbec in un villaggio di indiani, gli Huroni, per l'esattezza, dove sono in posa vicino alla pelle di un gigantesco orso e mi lascio affascinare dalla spiegazione delle loro tradizioni e rivendicazioni. Giro tra le loro tende e acquisto alcuni oggetti di artigianato  e disegni raffiguranti il capo indiano con tanto di piuma tra i capelli. Nell' accampamento ci sono fuochi accesi e pelli di animali tese ad asciugare, qui gli inverni sono rigidi e gli Huroni si difendono come possono. 

Uroni 1880

Mi viene in mente il famoso romanzo di Jack London, Zanna Bianca, e mai, da bambina, avrei immaginato di aggirarmi un giorno in un vero accampamento di pellerossa.

Cambiano le immagini e mi ritrovo nel Quebec, terra dagli immensi parchi naturali, dove la natura è stata salvaguardata da una politica intelligente e lungimirante.

Tutto qui in Canada dà comunque l'impressione di essere superlativo, anche il fiume Saint Laurent , con i suoi mille e duecento km,  uno dei piu grandi fiumi del mondo con le sue mille isole... Come sta spiegando una simpatica signora che ci fa da guida, seduta a prua di questo malconcio traghetto che abbiamo preso per la nostra escursione lungo il fiume.

Fiume Saint Laurent.

In effetti incontriamo innumerevoli isole, alcune piccolissime, altre con qualche isolata casa, abitata da chi probabilmente preferisce la compagnia di uccelli e pesci a quella delle persone.

Se non sapessi per certo che stiamo percorrendo un tratto del fiume penserei di star attraversando un mare o un lago di cui non si riesce a vedere la sponda opposta. O forse è un set cinematografico?

La nostra guida parla della presenza di balene e foche specie in alcuni periodi dell'anno. Ha il volto animato e le gote rossiccie, si muove ed agita le mani; mi chiedo a cosa stia pensando di diverso, visto che deve ripetere le stesse cose almeno ogni giorno della sua vita.

In Canada si parlano ufficialmente due lingue: francese ed inglese. Io sono italiana ed è già tanto se riesco a seguire le sue spiegazioni senza perdermi tra le mie fantasie. Gli altri sembrano invece molto attenti e ogni tanto qualcuno fa una battuta a cui segue una risata collettiva e sembrano tutti traboccanti d'energia mentre io mi guardo intorno e respiro la maestosità e la forza di questa via d'acqua spettacolare.

Scendiamo dal traghetto e le sequenze cambiano: stiamo mangiando succo d'acero, c'è una specie di tronco tagliato a metà sollevato da terra e appoggiato su dei cavalletti ad altezza di tavolo, e ognuno tiene una specie di bastoncino in mano che intinge nel succo dell'albero e lo succhia tipo ghiacciolo, per intenderci.

Un primo piano d'un albero immenso mi fa ricordare che i canadesi amano gli aceri ( ne hanno messo una foglia anche sulla bandiera come simbolo nazionale ) ed infatti è un albero monumentale, che può arrivare anche a venticinque metri di altezza. In Canada molte case sono costruite con in tronchi d'albero come questa magnifica  casa che ora ci accoglie, immersa in un parco incredibile, dove abeti, aceri, piante sconosciute ed enormi svettano fino al cielo che questa mattina è di un azzurro impressionante... Cambiamo il filmato e Montreal appare. La seconda città del Canada è una metropoli situata alla foce del fiume e come tutte le metropoli pullula di vita, di luci e di curiosità interessanti: andiamo, come d'obbligo, al Museo d'arte contemporanea, poi visitiamo l'importante giardino botanico e ci sediamo sui tavolini all'aperto, al pallido sole di questo mese di giugno appena iniziato e ancora molto ma molto fresco.

Visitiamo anche un quartiere chiamato 'Petite Italie', dove esiste una vera comunità di italiani tra cui molti abruzzesi.

La petite Italie.

 

Le giornate trascorrono veloci, con sempre talmente tante cose e da vedere, però comincio a credere che queste grandi metropoli in qualche modo si assomigliano tutte: la tecnica, la fantasia dell'uomo è sicuramente geniale ma io preferisco la natura, e posso dire che il Canada, sotto questo aspetto è un territorio davvero d'eccezionale bellezza.

Il video ci porta di nuovo a Quebec City dove posso osservarmi mentre acquisto un classico souvenir, una targa con scritto: 'Je me souviens' : qui è una scritta ricorrente e la troviamo ovunque.' Io mi ricordo',  motto ufficiale del Quebec.

Le cascate di Montmorency sono a Todoussac, nella regione di Charlevoix a circa due ore di macchina dalle cascate del Niagara. Sono circa trenta metri più alte delle altre, e di sicuro meno conosciute, però hanno il loro fascino anche se  francamente non mi hanno impressionato molto. Sarà per questo invece che le cascate del Niagara mi hanno fatto un effetto incredibile. Ora, seduta qui, nel salotto di casa, riguardo quelle scene e mi meraviglio ancora di tante cose. Ero davvero io dentro quell'elicottero? Possibile che fossi così temeraria e spericolata?

Sì, ricordo ancora perfettamente l'eccitazione di quei momenti, oltretutto ho conservato una targa che dichiara  ufficialmente il mio volo sopra le cascate del Niagara! E che volo! Lo spettacolo delle cascate visto dall'alto è qualcosa di unico, non ci sono parole per descriverlo senza scadere nelle frasi fatte che tuttavia non possono rendere l'emozione di quei momenti. E, ancora più emozionante, forse, è stato viaggiare con un battello vicino e dietro quella enorme massa d'acqua e restare immobili nella foschia, con il rimbombo potente dell'acqua e la maestosità della natura che ti assorbe e in qualche modo ti annulla. Prima di salire sul battello vengono distribuiti degli impermeabili gialli, e la gente è gentile, prende posto ordinatamente e comincia a scattare foto e a riprendere il panorama. Già dopo qualche minuto piccole gocce d'acqua arrivano a bagnare il viso e la nebbia che si crea cancella i contorni. Cellulari e macchine fotografiche vengono riposti, le voci si spengono. Man mano che le cascate si avvicinano il frastuono della caduta si fa più forte e stordisce, all'improvviso ti accorgi di non riuscire a vedere più nulla, sei circondato dalle acque, sei immerso in quella bruma, sei una piccola cosa insignificante e priva di interesse nel complesso della vita. Il tempo sembra fermarsi. Si avverte forte il battito del cuore e le lacrime che scendono si confondono con la miriade di gocce che entrano in gola e tolgono il fiato.

Credo di aver vissuto un momento mistico, là, tra quella esplosione di potenza, una preghiera mi è salita in gola, non di paura, ma di ringraziamento. Ho l'impressione che il Canada mi abbia aiutato a migliorarmi e a crescere.

Credo che anche questa sia arte, anzi, la più sublime.

  

Ada Pianesi Villa

Articolo pubblicato il 31 gennaio 2018.

 

 Curriculum vitae e collegamenti a tutti gli articoli di Ada Pianesi Villa ospitati nel Sito.

 

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